aprile sul finire.
Scorrono i giorni, e mi sembra ieri che ho chiuso la valigia e ho spostato le mie cose. Lasciandomene dietro ancora un bel pò, forse per tenermi dentro due spazi e lasciare che il passaggio fosse più flou, più graduale, meno scontato e meno diretto. Intanto, però, i giorni sono passati ed ancora mi sento in questo stato flou, indefinito, sospeso nel tempo.
Tempo dei trent’anni che scorrono, della giornata che deve essere produttiva, del ritmo dell’attesa dell’autobus e del supermercato che chiude e mi lascia senza il latte. Tempo di un nuovo tempo che si prepara per me, per noi, e che richiede attenzione, energia, divertimento, ma a cui non riesco a dedicarmi perchè distratta dal pensiero, martellante, di rimanere in questo fluido sospeso senza limite.
Già, in fondo vorrei solo un limite, e riuscire a dire “ci sto dentro, non ci sto dentro”. Vorrei un limite per mettermi alla prova, e poi liberarmi per sempre. Vorrei un limite per dirmi “ok, ci ho provato, ma non è questa la mia strada”. Ecco allora che poi arrriva l’altro pensiero. quello del poi. Finito questo tempo sospeso, deve arrivare quello delle decisioni. Quello del tempo nuovo, non più solo mio, in cui devo sapere chi sono e cosa faccio.
E allora ogni mattina sarà sempre uguale a se stessa, avrò sempre il broncio e non sarò mai allegra e gioiosa. Ho pensato che forse per svegliarmi dovrei lasciare che parta la musica, una bella musica gaia, e mi dia energia, ma forse neanche questo servirebbe, perchè io, in fondo, non sono gaia.
belli trenta
Sono arrivati i trent’anni.
Fa strano, un pò. Talmente strano che ieri ero davvero di cattivo umore, grigio come la giornata, un pò stizzita. Anche un pò apatica, senza quella verve che, fino a qualche mese fa, mi faceva impazzire dalla voglia di dare una grande festa.
Niente festa, molto silenzio, ho cercato di tenermi per me i trent’anni.
Anche se, bè, quanto affetto intorno.
Cominciato già a mezzanotte, quando il mio fidanzato mi ha chiuso in bagno per prepararmi la sua sorpresa
così davvero sorprendentemente piacevole.
Sono stata coccolata tutto il giorno, da telefonate a cui non sono riuscita a rispondere, messaggi e mail a cui prima o poi risponderò, pensieri da lontano che ho sentito intensamente vicini, pacchetti, biglietti e pacchettini che ho scartato con calma davanti ad una birretta.
Dunque, in conclusione, un giorno denso, calmo e piacevole.
Con una nota di brio.
Qualche giorno fa, casualmente, mi è caduto l’occhio su una locandina, in un bar. Il V-day a Milano, con tanto di Monologhi della Vagina interpretati da donne di diverso ed interessante spessore, alla presenza di Eve Ensler. A Milano, il giorno del mio trentesimo compleanno. Un segno del destino, a cui non potevo non rispondere.
Quindi, ci sono andata, in rosa compagnia.
E non potrò dimenticare facilmente le emozioni che ho provato ri-ascoltando parole già lette, ma forse non abbastanza vissute.
E’ bastata un’ora e mezza a ricordarmi quanto io sia fiera di essere una donna, quanto io creda nelle donne, quanto sia bello avere delle donne amiche intorno che in questi mesi sento davvero vicine.
Fiera donna trentenne, comincio questo anno con un rinnovato proposito. Essere consapevolmente donna, e dire alle altre di fare lo stesso, ringraziando, come ha fatto ieri sera Eve quegli uomini che a volte prima di noi ci riconoscono quali siamo.
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Comincio ad avere la sensazione che sia la paura di affrontare i 30 che mi fa di giorno in giorno rimandare la decisione su cosa voglio fare quel giorno e come voglio festeggiare.
Mi sto distraendo da me stessa, con la scusa che ho altre belle distrazioni, certo, ma pur sempre mi sto distraendo.
Un passetto però eccolo qua. Una pagina bianca da riempire.
Ciao, sono Lu con l’apostrofo e ho paura di compiere 30 anni tra 6 giorni e 30 minuti.
Tornare verso casa
Pensare alla spesa da fare, girovagare nel mercato communale di quartiere, quartiere Isola. Perdere l’autobus. Aspettare l’autobus. Ragionare sui prezzi. Alti? Bassi? Giusti? Prendere il libro dalla borsa, e tenerlo in equilibrio tra le buste. Salire sull’autobus e passare la tessera magnetica. Cercare un posto, e leggere.
Scendere dall’autobus, in equilibrio tra le buste, senza perdere il segno della lettura.
Il fioraio sta chiudendo, smonta pian piano la sua bancarella quotidiana. I tulipani gialli un pò inclinati promettono primavera.
L’edicola è ancora aperta, fermarsi e compare un giornale qualunque, per distendersi ed immaginare.
No, ancora no.
Un’ora ancora di lavoro, almeno. Con una tazza di té fumante ed un pò di musica, nella calma della casa silenziosa.
di sera
Vorrei solo leggere un libro prima di addormentarmi, entrando nel letto senza troppa fatica, ancora sveglia, e cercando nelle pagine il ritmo della notte, soft, lento, pigro.
Vorrei solo guardare un pò di tv senza fare altro nel frattempo prima di infilare il pigiama.
Non vorrei più concentrarmi la sera, dopo un giorno intero di attenzione sulle cose.
Non vorrei più entrare nel letto con troppa fatica, tenendo gli occhi aperti a mala pena e combattendo contro il ritmo della notte, soft, lento, pigro, e sforzandomi di resistere ancora un pò.
Ancora un pò.
sui talloni e sulle punte
Le lenticchie scoppiettano sul gas, ed inevitabilmente penso alla pentola rossa in cui le cuoce mia madre, lasciandole per molto più tempo di quello che ho io a disposizione.
E’ mezzanotte passata, ma non è ancora ora di dormire. Tra i panni stesi da poco, e il pensiero delle cose da fare nei prossimi giorni, mi sembra di non poter fare tutto.
Controllare, questo è quello che vorrei fare, riuscire a tenere le cose sotto controllo.
E invece, è solo l’equilibrio da trovare sulla tavola, trovare l’equilibrio e farla andare. Trovare l’equilibrio ed accorgersi che non succede nulla, se non il piacere dello scivolare a valle mentre la punta del monte tocca il cielo azzurro. Provare, cadere e rialzarsi, sentire la fatica, ma resistere. Perchè poi, in fondo, le cose vanno da sé, e controllarle è una fatica sprecata. Godersi il viaggio, quello è l’importante.
2040 m
Un weekend in montagna.il cielo è grigio,la neve un pò poca.io non mi butto,ma guardo e penso.é quello che so fare,mi dico,ma vorrei sapere fare altro.buttarmi,per esempio,sentirmi a mio agio,
magari.e più guardo,più mi sento fuori luogo.ci sarà un segreto?forse sta nell’ avere un paio di pantaloni in cui ci si riconosce?non so,forse mi sentirei meglio,ma non credo che mi butterei comunque.non sono motivata abbastanza?non ho la compagnia predetta?fiocca,poco,perché c’ è troppo freddo,ma non x ogni fiocco ho una domanda in più e nessuna risposta che mi piaccia
Io non so essere un’amica, è vero. Ho molto da rimproverarmi e poca voglia di correggermi. Però ne sono consapevole. So che sono assente, so che non sono divertente, so che sono troppo silenziosa, e il mio silenzio rischia di sembrare distanza e menefreghismo. A questo si aggiunge anche il fatto che sotto la mia apparente indecisione, sono molto sicura di me, e difficilmente ho bisogno di ascoltare i consigli degli altri. Peraltro, quando li dispenso io, sembra che mi metto in cattedra, e faccio la maestrina antipatica.
Tutto questo mi è costato, perchè quelle di cui ritengo di essere amica in media si sono stancate di me, e amiche non lo siamo più, a qualunque epoca e fase della mia vita esse appartengano. E’ brutto contarle sulla mano e far fatica ad arrivarci, ma è così.
Però mi consola comunque sapere di non essere così impenetrabile, e che in fondo in fondo il mio essere difficile può essere anche sopportabile. E’ stata una settimana con due serate davvero belle. Sono stata felice delle ore, poche, passate, sono stata felice di sentirmi a mio agio, e di ritrovarmi come se gli anni trascorsi non fossero importanti, ma è più importante sentirsi e sapersi vicine.

il minuto in più
Un minuto troppo tardi, e mi sono accorta che stavo chiedendo troppo. Troppe cose da fare, troppi incastri da trovare, troppo poco spazio per sedermi, respirare e seguire un mantra.

Il minuto troppo tardi mi ha obbligato a sedermi e respirare (ci provo col mantra, ma non so se ci riesco).
Comunque, il punto è che le cose si possono gestire, sì.
Devo solo trovare il modo per non farmi coinvolgere troppo, ecco, perchè se mi faccio coinvolgere, allora non riesco più a concentrarmi, mi faccio sopraffare dall’ansia di non finire, dalla paura di non essere all’altezza, dalla tristezza perchè le cose non vanno come immagino che possano andare, ma lasciano una patina di amarezza in bocca. Si può avere una patina di amarezza in bocca? Boh, io la sento.
Questo minuto lungo un pomeriggio, comunque, alla fine me lo prendo. La fiamma mi riscalda, la compagnia anche.

