Ho preso la macchina e fatto un giro. I finestrini aperti e una canotta soltanto addosso. Ho fatto il giro della città, un cd passato senza che sentissi una sola nota. Ho guardato. Ho cercato posti di cui conservo ricordi vivi. Ho scrutato i luoghi in cui in questi giorni si lavora. Ho slacciato la cintura e mi sono accodata ad un tir che percorreva la mia stessa strada.

Non ho sparecchiato la tavola. Mi sono alzata e sono salita. Ho acceso il pc, messo il pigiama e aperto la finestra. Sono stanca. Ho preso una pillola, un leggero mal di testa. E’ che diventa intollerabile, a volte, accorgersi di come mia madre sia così, diversa da me e di come io non sia in grado di accettare il suo modo di parlare, pensare. Mi fa rabbia. Le manca il rispetto, il pudore per la vita degli altri. Non smette un attimo di parlare, così piena, non so, di uno strano fervore in questi giorni. Mi sembra euforica, fuori di sè. E io non reggo il ritmo e non ho voglia di risponderle mentre mi parla, alle mie spalle, nella mia camera. I miei occhi concentrati sui miei puntini, nelle orecchie gli auricolari. Lei parla e non dice nulla.
E stasera provo dolore per chi, indifeso, diventa quasi lo zimbello di tutti.

E poi capisco che la mia intolleranza verso il mondo è solo intolleranza verso me stessa. Non sono, in fondo, solo criticona come sembro qui.

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