l'aula da disegno

Ai tempi di Scienza delle Costruzioni era lì che si studiava. Era lì che mi fermavo tra una pausa e l’altra, poggiavo il mio zaino nero mandarina duck  che nel frattempo perdeva i suoi pezzettini di tessuto, per rimanere quello che è ora (e che no, non c’ho il coraggio di buttarlo, magari passo anche questo a Modo’ come per le converse), era lì che si srotolavano le carte di progetto di Strade (ma poi quello era il terzo anno) ed era ancora lì che si cominciava a creare quel gruppo di persone che riempiva la tavolata del Pranzo di Natale.
Sono entrata in quell’aula sulle punte, pian pianino, e pian pianino mi sono affezionata a tutti. Dispensando consigli su cosa regalare ad una diciottenne, scovando vicini di casa, insultando sconosciuti che scattavano foto alla ‘nzacresa. Sono entrata lì e volevo restarci, anche quando ci siamo trasferiti al terzo piano, al piano verde, e abbiamo cominciato a riempire gli armadi con le bottiglie di spumante – ogni esame fatto, ogni compleanno, ogni onomastico e ogni altra scusa possibile etc etc.
Ed è da quell’aula che sono scappata, un giorno.
Si,  perchè bisogna sapere che non si studiava soltanto. Si cazzeggiava tanto, e così, a volte venivan fuori cose…:)
Si litigava, si attaccavano locandine raccattate al Trend Expò, si portavano dolci, si dividevano pranzi. Si scambiavano appunti e si alzavano sgabelli per stare seduti comodi. Si accendeva l’aria condizionata, si spegneva, si riaccendeva, si apriva la finestra, e poi era il sole, e poi era la vista sul cimitero,  e poi  "hai visto a giggino?"  "è nell’aula da disegno"  "la Van der Rohe?" "no, in quella piccola" , ‘che la Van der Rohe è l’aula grande, e noi stavamo in quella piccola. E non ricordo il nome, no, non lo so più. E c’era casino, perchè era il secondo piano, quello di passaggio, con i banchetti e il bagno delle femmine subito difronte. E poi c’era accanto l’Aula Bernoulli, e il pomeriggio quelli che seguivano il laboratorio di informatica facevano un gran casino.
Ma sto divagando.
E poi, poi un giorno sono arrivata con la gonna, la mia gonna corta verde di velluto a costine, e gli stivali, quelli marroni. E non so cosa facessi all’università in gonna che – capitemi – la facoltà di ingegneria è un covo di allupati, e tendenzialmente stempiati-calvi. Poi, vabbè, c’hanno la pancia, vestono abbastanza male, hanno un’ironia (me compresa) che fa ridere piuttosto per la disperazione che per altro etc etc, – e dunque, normalmente si va vestiti in modo da essere il più asessuati possibili (e ultimamente, quasi sempre di nero, per essere trasparenti al prof di matematica che, cazzo, chiama alla lavagna e io non ci voglio andare ma lo so già che non avrò le palle di rispondergli che non ci voglio andare, ma vale sempre il discorso che, se ci andassi, dovrei mostrare il mio didietro alla squadra di allupati di cui prima, mentre faccio la mia magra figura scrivendo infiniti aperti e virgole dove non vanno ed il prof mi riprende anche per questo, e quindi non appena metterò il pullover celeste lui dirà "signorina, lei, lei in azzurro") e dunque, insomma, non lo so che facessi là vestita in quel modo, fatto sta che si, sono entrata nell’aula, porgendo il mio solito saluto mattutino a tutti e, meno di cinque minuti dopo, ero già arrivata al cancello, rossa in viso e terribilmente imbarazzata per un commento ricevuto. (allupati, vedi sopra)

Ah, tempi andati. (meno male….)
 

Annunci

Un pensiero su &Idquo;l'aula da disegno

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...