Del mercato (e di altre abitudini)

No, non ci si può fare niente, il mercato non è proprio un costume che mi si addice. Eppure, non è che io non mi ci metta! Insomma, quando mi chiedono cosa mi è piaciuto di più di Parigi, la risposta è sempre les marchés. Ma qua è diverso. Qua mi sembra una tortura inutile. E così, se da piccola, quando restavo dalla zia, mi toccava il giro al mercato rionale del venerdì, di cui mi ricordo fondamentalmente i pulcini e qualche faccia di fruttivendolo, crescendo ho perso quella sana abitudine. Eppure, c’ho provato qualche volta, guardando i maglioncini che qualche cugina (acquisita e di buon gusto) riusciva a comprare a poco prezzo. Allora, mi son detta, ma che sarà mai, proviamoci. Ci sono andata, sotto il sole (ahi, che caldo, insopportabile), a primavera, in compagnia di amiche, con mia madre. Ma niente, ogni volta, mi innervosisco e non riesco a trovare nulla. Quella gente che ti strattona, quella bolgia, quella confusione, molta merce che non mi piace e trovo di cattivo gusto, il dover saper cercare, rovistare, adocchiare. Il contrattare, il miglior prezzo, ma soprattutto, caspita, misurare. Come si può acquistare ad occhi chiusi? E perchè mai quel traffico incredibile, inimmaginabile, impossibile ed insostenibile come stamattina? Gente arrampicata ovunque, fila di macchine interminabile, caos profondo. La ciliegina sulla torta, direi, per una persona già prima di uscire di casa orribilmente nervosa.
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