delle chiusure

Ormai sono alcuni giorni che cerco di digerire questa cosa e scrivere un post. Ok, ora ci sto provando, ma … è che digerirla vuol proprio dire metterci un punto, e questo punto fa una grande paura.
E’ che un pezzetto importante del mio lavoro si è chiuso, in questa settimana di febbraio che ormai è finita, e chiuderlo…vuol dire tante cose.
E’ stato un lavoro importante, in cui ho – abbiamo – profuso molte energie. Giorni e notti instancabili. Ritmi sconvolti, tensioni altissime. Discussioni, perché dovevamo essere convinte fino in fondo, e fino in fondo io non sono ancora convinta. Malumori, perché tante cose sono andate storte, anche ma non solo per colpa nostra. Sorrisi, tanti, perché tante persone abbiamo conosciuto in questi mesi.
Poi, per me è stata la prima volta che sono entrata in aula da quella parte della cattedra. Solo per spiegare come funzionava un ning, cosa stupida, però ero lì, con quei sei anni che mi separavano dai miei studenti. Ho cominciato a guardarli, è stato emozionante vedere tra loro dinamiche che non mi erano nuove. E’ stato imbarazzante doversi far dare del lei – e infatti non ce l’abbiamo fatta. E’ stato imbarazzante anche farsi dare del tu, lasciarsi avvicinare, avvicinarsi, in ruoli non sempre chiari. Mi sono divertita – con affetto sincero – a trovare qualche discepola, come dice una amica saggia, a cui di tanto in tanto lancio le mie pillole di saggezza, e che oggi non posso più considerare studentesse, ma amiche.
Poi ci sono stati i cittadini che aspettavo e che non sono arrivati. Ci sono state quelle tavole da guardare e riguardare, ma non l’ho fatto con tanta attenzione. Eseguivo un controllo perché dovevo farlo, ma mi sarebbe riuscito meglio sporcandomi le mani.
Già, ho scoperto in questi mesi che non mi piace comandare, ma nemmeno eseguire a comando; ho scoperto che mi piace fare. Decidere, prendere iniziativa, ed agire. Così, ho sofferto nel dover demandare, in alcuni casi, e nel dover accettare decisioni dall’alto, in altri. In fondo, in questa partecipazione che abbiamo provato a mettere su, non ho partecipato abbastanza. Essere nell’organizzazione non mi ha fatto entrare nel vivo dei problemi, sono stata superficiale; già, da una parte colpa mia, non essere riuscita a gestire tutto; dall’altra, forse una disorganizzazione più generale, ed uno squilibrio nelle cose da fare.

Ad ogni modo, fino a settembre, non ho sofferto da sola. Mi bastava uno sguardo oltre la scrivania, e trovavo sostegno. Poi, però, le cose sono cambiate, e così, in questa chiusura che ha riunito la squadra…bè, ho sentito ancora di più l’assenza. Ho avvertito di essere rimasta indietro, un po’ persa forse, un po’ assopita.
Anche per questo è difficile mettere il punto; quello è il modo con cui fare le cose, insieme, mettendoci l’anima, e sapendo che nemmeno basta per farle come vorremmo, ed oggi quel punto è un dirci “ok, lavoreremo ancora insieme, perché ci piace farlo, ma quando non si sa”. 

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