Fenomenologia del prendere appunti (e interpretarli)

Si narrano leggende su soggetti che, quale che fosse la velocità con cui un qualsivoglia prof spiegasse argomenti di qualsivoglia complessità – concettuale, grafica, di calcolo che fosse – riuscissero ad appuntare con ordine e metodo tutti i passaggi della lezione senza perdere una virgola, una, e, finanche, annotando qualunque gesto o movimento del relatore di turno, compresi starnuti ed esclamazioni varie.  Si narrano leggende di campus di soggetti che, pazienza infinita, registravano, accordato il permesso, le lezioni e dopo ore ed ore di corsi che, si sa, ad ingegneria fanno perdere i capelli, le riascoltavano e sbobinavano. Questi appunti tanto preziosi, arricchiti di grafici e disegni, diventavano per alcuni corsi (notoriamente Geotecnica, Katia gli studenti ringraziano, nei secoli) i veri e propri riferimenti bibliografici. Della serie, la bibbia secondo il prof (la prof, nel caso in questione:p).

Si narrano poi leggende (o quanto meno non mi dispiacerebbe se si narrassero :P) circa il fatto che pure io me la cavassi discretamente, e che pazientemente, ad un certo punto della mia vita, fossi arrivata addirittura a ricopiare e sistemare gli appunti volgendoli in digitale. (si badi che le mie capacità di appuntinaggio sono scientificamente provate dal fatto che il recupero degli appunti di, nell’ordine, Scienza delle Costruzioni, Tecnica delle Costruzioni, Geotecnica appunto, Teoria e Tecnica della Pianificazione Territoriale e Urbana, nonché Tecnica e Gestione Urbanistica al fine di preparare l’orale – superato – dell’Esame di Stato sia stato meno drammatico del previsto).

Allora il punto è:

Cosa  mi succede quando l’argomento dell’appuntinaggio è argomento che mi appassiona e che, per la passione, mi distrae dal filo naturale del discorso facendomi perdere in connessioni improvvisate che trovo e che mi invento, stimolanti per la mia mente ma che, tragicamente, rendono quasi inutilizzabili gli appunti, sintetizzati ad una successione di frecce e di deviazioni, di nomi e di riferimenti (spesso pure scritti male accipicchia!)?

Ebbene, riflettevo su questo sfogliando gli scarabocchi frutto di una telefonata improvvisa del mio tutor di PhD. Ghgh, ridacchiavo tra me e me mentre mi suggeriva cose interessanti da leggere. Ghgh, ridacchiavo tra me e me quando scrivevo nomi di ricerche da fare. Ma ora, a poche ore dalla telefonata, cosa vorrà mai dire uno schema del tipo:




Accetto suggerimenti ed interpretazioni. Chi meglio mi conosce, tanto più si sforzi. La chiave è nella mia testa. Argh*10^6

qua è un delirio

Allora, il prof, quello che mi ha dato della pallida, arriva, con la sua tenuta estiva con pantalone arancione, e  sapendo che io sono sempre provvista di chewingum, me ne chiede uno:- mia moglie mi ha fatto il caffè col sale e andavo di fretta e me lo sono bevuto quasi tutto  –  – eh le donne, prof!- .

E poi se ne va. Torna dopo qualche minuto, e prima di cominciare a lavorare, dice qualcosa sul come si sente la bocca.  – Prof, ma il sale è stato un errore? –  – Eccerto capellone – risponde il prof con il noto soprannome per lo schiavo senza capelli. – Ci mancherebbe – dico io e subito capellone controbatte – E ma io chiedo, sono curioso, so che il caffè col sale si usa per la stitichezza – .

analisi statica lineare

Che questo posto non sia adibito a cronaca è una questione, ma che certi eventi debbano superare ogni confine ed essere condivisi e peraltro messi nero su bianco così da essere fatti e non solo parole è un’altra questione.

Ecco dunque che mi appresto a mettere giù due parole su quello che qualche giorno fa mi è successo. Si, in effetti un evento. L’esame più brutto, lo scoglio più alto ed appuntito, ma pieno di muschio e scivolosissimo, l’incubo degli incubi. Tutto questo è archiviato. Ed è successo così, mentre fuori dallo studietto dicevo che non volevo farlo e mi hanno spinto a forza ad entrare e a sedermi ed io l’ho detto che non volevo farlo a quell’ingegnere così perfetto che non ci si crede quasi, ed ho insistito, anche mentre rispondevo – male – alle domande – semplici – che mi poneva. E mi ha costretto a restare e bè se ho un esame in meno – quell’esame in meno – devo ringraziare pure chi c’era con me e lo faceva e con quello chiudeva un’epoca – il nostro studio insieme -.

La realtà è che ho preso un voto bassissimo – ma nemmeno così basso – ed io non volevo accettarlo, ma non era un problema di voto. E’ che quell’esame così brutto che ho sostenuto…io me ne vergogno, non è stato onesto andare lì così (e peraltro, lo giuro, sapevo molto di più di quello che sono riuscita a dire), non è stato giusto nei confronti di chi lavora ogni giorno e alla lavagna da’ il meglio. Ecco quello che penso.
Poi vabbè, ora è archiviato!

E passata la bufera, quello che resterà è una foto rubata in quel laboratorio polveroso e caldo e l’Adone che, esaminateci e buttateci fuori dal suo studietto ci ha richiamato dicendo "E che devo fare, mi devo consultare da solo?" o qualcosa del genere.

Punti di svolta

Come altrimenti definire il coraggio di incidere – nero su bianco – cognome, nome, matricola nell’elenco dei prossimi che prossimamente sosterranno l’Esame (si noti la E, rigorosamente MAIUSCOLA) di Ingegneria Sismica?

(peraltro, con il prof – l’uomo più figo della Facoltà – che tossiva dietro la porta mentre parlava a telefono e parlava di bulloni. Giuro, erano bulloni).

Si vabbè ma tanto poi non mi ci siedo. Si sa, no?

pallida?

Il prof entra in lab. stamattina
– sei pallida, com’è?-
-no, professo’, normale-

Passato del tempo, dopo pranzo, all’improvviso apre la porta.
-ho capito perchè sei palida- (con faccia da lampadina)
-perchè, professo’?-
-perchè oggi sei più scoperta, e siccome sei bianca, ma proprio bianca, sembri pallida-
-ah.-

intanto, Amica arriva in lab, mentre questo teatrino si consuma. Mi fa:
-oh ma che c’hai, sei viola!-
-…-

scan scan

No, i soggetti strani (esempi qui, qui, qui,qui e qui ancora) non esistono solo lontano. Sebbene sia molto più facile individuarli, si tratta solo del gioco dei numeri. Se però sei fortunato (si, lo so, sto dicendo che sono fortunata. Ma ovvio che la questione dipenda dal puntodi vista: fortunata a trovare i soggetti strani, ecco, è solo perchè poi ci posso scrivere un post, ecco, mica che in senso assoluto lo sia. Solo per i post).
Dicevo. Un soggetto strano è capitato, data la fortuna, da queste parti. Insomma, a dire il vero ci capita spesso. Ormai almeno una volta a settimana viene a trovarci in laboratorio. Poveraccio, mica divertente quello che fa, scansionare vecchie carte enormi ed ammuffite recuperate in qualche buco d’archivio puzzolente e polveroso.
Ma gli tocca, è evidente.
Vabbè, insomma, lui arriva. Poggia lo smanicato grigiastro contenente il giubbino di jeans su una sedia. Va a sedersi su un’altra sedia. Dovessimo mica formalizzarci? Qua quante sedie vuoi. A quel punto mi sposto, dato che il pc da cui si controlla lo scanner (pc senza periferica altra che lo scanner ed un remotissimo cavo di rete che non funziona proprio sempre sempre. pc che, si badi, è di quelli con il case che poggia sotto lo schermo, quasi tipo così diciamo) è proprio sulla scrivania dove lavoro io di solito. Gli lascio il campo, ma ovunque poi mi sposti me lo trovo intorno: prima apre un cassetto per prendere il trincetto. Che ovviamente è sulla scrivania nel portapenne. Poi chiede la custodia di un cd per usarla come riga. E già, ha bisogno di tagliare delle cose (le carte vecchie enormi ammuffite) e siccome l’ultima volta che è venuto non ha trovato nè riga nè forbici, oggi ha ben pensato di venire ugualmente senza nulla.
Però ammetto che ha fatto un progresso: oggi non tuta, ma jeans. Sempre fedele all’odore di casa vecchia e saponetta.

della competenza e di altre virtù

Dico io, se c’è una cosa per cui tutti quanti rompono le scatole agli ingegneri è che sono tutti precisini etc etc. E ma perchè allora gli unici due che non lo sono mi sono capitati a me?
Mi spiego: il lavoro che sto svolgendo in questo momento consiste nel prendere delle "cose" che sono su delle carte e inserirle in un database geografico. Semplice, magari un pò oneroso per la quantità di "cose" ma semplice.
Questo pensavo all’inizio. Tuttavia, dicevo, ci sono questi due che dell’esame di disegno hanno dimenticato tutto, e non è che gli si chiedesse molto in questo momento, giusto un paio di proiezioni ortogonali, neh. Per farla breve, è tutto il pomeriggio che armeggio con una scolorita e stropicciata carta formato A0 (ma mi sembra pure di più, che devo dire) alla ricerca di queste "cose". Le linee che le identificano si incrociano ed intersecano e girano e tornano su se stesse ed io le coloro e le seguo e le ricontrollo. Infinita pazienza insomma (parentesi: stavo alla macchinetta a prendere una coca, che c’avevo bisogno di caffeina ma non volevo il caffè ed ecco che punto il kinder pinguì e mi dico evvai ora mi rilasso un attimo con questa cosa cioccolatosa e faccio per trovare 10cent nel fantastico portafoglio parigino che fa di me "la ragazza col portafoglio pylones"e mi arriva un prof che mi ferma e mi fa eccavolo mi è sfuggito che ti avevo promesso di mandarti quella cosa e blah blah ma che stai facendo ma lo so che al tuo piano la macchinetta non c’è e vieni a fare rifornimento qui e blah blah, insomma m’ha intimidito ecco tutto e niente kinder pinguì). Vabbè, mi arriva l’ingegnere capo e mi fa "ma che stai a fa’ le proiezioni?".
credo che non abbia mai ricevuto uno sguardo tanto incazzato da me ecco. Tzè.

Vabbè, torno alla carta va. Ho perso il filo. (e ovviamente pure la linea che stavo seguendo. stress)

camera cafè (se la macchinetta del terzo piano potesse parlare)

Ero lì che aspettavo, in preda ad un profondo coma causato da stampe varie stamattina ma non solo: armature che non quadrano, errori, travi e pilastri in una o in un’altra direzione etc etc. Dicevo, me ne stavo poggiata al pilastrino e aspettavo buonina che il gruppetto di ragazzi finisse il giro di caffè alla macchinetta (del terzo piano, sempre quella). bon, dunque, ho buttato l’orecchio.
Macchietta 1:"Ma non vi dico come è arrivato questo qua sabato sera, teneva una faccia incazzata, che’ la ragazza se n’era andata ed era sabato"
Macchietta 2:"E come mai, proprio di sabato?"
Macchietta 3: "Eh…semaforo rosso, allora se n’è andata"
Macchietta 4: "Ma come sei volgare!"
Macchietta 3: "Ma quale volgare, così elegante ‘st’espressione!"
[…] (si confesso, l’usciere che litigava con l’altra macchinetta che ha lo sportellino un pò fastidioso e gli si incastrano sempre le cose e per tirarle fuori ci vuole un quarto d’ora m’ha distratto, e mi sono persa parte dell ‘interessante discorso) […]
Macchietta 3: "Ma scusa tu lo sai che la pillola del giorno dopo non la danno, ma siamo pazzi, quella mica è una Interruzione Volontaria di Gravidanza, quella è un CONTRACCEZIONALE, la devono dare".

Prendiamoci ‘sto caffè, va’.

studiare controllo

Anche questo è andato. Ci abbiamo lavorato a lungo. Ci siamo lasciati arrossare dal sole (e lo so che ve lo ricordate di quella mattina che sono tornata a casa con una striscia bianca che mi attraversava tutte le spalle da sinistra a destra), e ci siamo presi anche un sacco di freddo, trovando riparo in certi portoni, ci siamo divertiti a fare pubblicità ai pub (solo certi pub, per altri, TABULA RASA ), siamo entrati a bere il thè a casa di certi signori ed abbiamo fatto una chiacchiera con vecchi sindaci della città, ci siamo arrampicati tra i muretti e le sterpaglie ed abbiamo incontrato possibili lavori da fare (a proposito, ma poi com’è finita?). Abbiamo scattato un sacco di foto e cercato di capire come cavolo erano ‘sti setti benedetti. Abbiamo cercato il numero civico del nostro edificio n.62 e ce lo avevamo anche in una foto. Abbiamo fatto ipotesi e contro-ipotesi, abbiamo ricontrollato i calcoli. Ho sbagliato un sacco di calcoli. Abbiamo sovrastimato la popolazione. Ci siamo stancati un sacco. Abbiamo staccato per sbaglio prese della corrente senza richiesta e abbiamo assorbito onde elettromagnetiche oltre il necessario (). Abbiamo dato un sacco di fastidio al Laboratorio e abbiamo stampato due volte la relazione.
Forse abbiamo sbagliato i nostri ragionamenti, e si, ci siamo fatti fregare così, come degli scemi. Ma quello non è tutto.


Tutto è che siamo quasi alla fine, un pò ci separiamo già ora (ahia, come faremo noi senza di te eh?) e, in sintesi, a me dispiace un sacco.

'che se a lezione mi vengono i lacrimoni, in qualche modo devo dirlo

Caro Professore,

Le scrivo ora, dopo aver registrato il mio imbarazzante 18, per dirLe alcune cose che penso, e che ci tengo Lei possa conoscere.

Il Suo corso è stato per me l’ultimo corso da seguire, l’avevo lasciato alla fine del mio percorso per ragioni varie (non ultima l’impegno che Lei richiede, e che rende davvero difficile tenere il passo mentre si seguono altri corsi), e l’ho vissuto quindi come una sorta di confine che ancora mi teneva separata dal passare dallo stato di studentessa allo stato di prossima laureanda e poi, magari, di ingegnere. Anche per questo ho deciso di registrare un voto così basso – per la prima e spero ultima volta nella mia vita.

Ho faticato molto, conscia delle mie lacune nel campo della matematica, e soprattutto difronte alla difficoltà che uno studente che in Italia frequenta il Liceo Classico come me spesso ha nel manipolare e giocare un po’ con l’esercizio davanti a sé. Ho guardato spesso quel foglio davanti a me e ho cercato di non averne paura, ma non nascondo che molte volte l’ho provata…

Ho cercato di rimanere trasparente ai suoi occhi, con il terrore di essere invitata alla lavagna e allo stesso tempo con la consapevolezza che la lavagna è per noi un’opportunità e un momento di riflessione più consapevole, e la voglia di sentirmi pronta per poter alzarmi e venire spontaneamente a risolvere un esercizio.

Quella prontezza però non l’ho mai trovata, non l’ho mai sentita mia, e ho continuato a cercare di essere trasparente fino all’ultima lezione. E’ lì che mi sono accorta di provare dispiacere per non essere riuscita a dimostrarLe di aver capito almeno un po’ di quello che Lei ci ha insegnato (cosa che evidentemente non ho saputo fare nemmeno con il mio compito 🙂 ). E’ stato in quel momento che ho deciso che, allorché avessi superato il mio esame e registrato il mio voto, Le avrei scritto.

E allora eccomi qua.

I cioccolatini che ci ha portato, le sue ramanzine di fronte ai nostri errori, il suo entusiasmo per quei matematici francesi o di qualsivoglia nazionalità di cui ci parlava, e quello che alla fine ci ha raccomandato, di studiare, per essere dei buoni ingegneri, perché il nostro Paese ne ha bisogno…

Per tutto questo (e perché ora so un sacco di cose in più di quel mondo misterioso e affascinante di cui Lei si occupa) volevo solo dirLe grazie.