Come un pendolo

Partenza. Ma in realtà è un ritorno. Così mi si affollano le idee in testa. Confusione, come tra i bagagli.

Il ritorno a casa, nella città che ho scelto e mi ha accolto, nella città del lavoro, dei semafori, degli aperitivi, dei grandi negozi in cui perdersi e delle mostre in cui incantarsi.

La partenza dalla città che ho lasciato, dalla terra sofferta a cui sento di appartenere ma da cui mi sento soffocare.

Il ritorno a casa, quella per cui pago un mutuo e di cui ho scelto il colore delle pareti, il tessuto del divano e la disposizione dei mobili, il ritorno tra le mie cose, nel mio rifugio, il posto in cui sono a mio completo agio.

La partenza da casa, quella in cui sono  cresciuta, quella che hanno costruito i miei, condividendo con me la fatica e la gioia di vederla pian piano crescere insieme a me, quella in cui mi addormento con i suoni della campagna e mi sveglio con la luce naturale. La tana in cui ho sempre trovato rifugio, ma in cui non sono più a mio completo agio.

I posti da cui provengo sono l’essenza di me ma non riesco più a fare che siano i miei posti. Rappresentano tutto ciò che è, così com’è, senza altra possibilità. Non contemplano il cambiamento ma solo una stanca rassegnazione che fomenta in me la rabbia e la tristezza ed il dolore ogni volta che mi scopro incapace di fare qualsiasi cosa.

I posti in cui vivo diventano parte di me e mi insufflano la speranza del futuro ed il friccicore della possibilità. L’indefinito che ancora può prendere una forma migliore, migliore per me, più simile a come vorrei che fosse per rendermi felice. Ed in questa possibilità, farmi già ora sentire felice.

Ma una nota di tristezza permane.
Se solo in quella terra si avvertisse un pochetto che tutto è possibile ed ovunque è possibile e per chiunque è possibile, forse la rassegnazione pian piano lascerebbe il campo al desiderio di reagire. 

Attraverso così l’Italia, con il segreto desiderio che prima o poi i tempi maturino e si accenda da sè una scintilla di cambiamento. O magari trovi io da qualche parte la capacità di accenderla.

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Fare i conti con uno stato interessante

Esci prima da lavoro, ti rilassi al calduccio di casa con un buon thè ed altrettanta musica, ti prepari per una delle ultime lezioni di jazzercise prima che la tua vita cambi totalmente, esci sotto la pioggia, aspetti l’autobus, arrivi in palestra e…scopri di aver dimenticato i pantaloni. Torneresti indietro, poi, se l’autobus decidesse di passare. Sempre sotto la pioggia.  #vogliadipiangere. Anche questa condizione mentale di confusione e testa sulle nuvole, dicono, appartiene allo stato interessante. Mi dico allora: ma se di tutti i calci che mi da’ durante il giorno ce ne fosse qualcuno in grado di farmi da promemoria/sveglia/post it e simili?

di Bauman e di altri pensieri

Io non sono un’esperta di nulla, non capisco niente di sociologia nè sono particolarmente affascinata dalla materia, ma stasera ero proprio curiosa di ascoltare mr Bauman. È stato bello: seguire ( più o meno tutto ), sentirsi uno degli elementi di osservazione su cui si basano le sue ricerche ed il suo pensiero, ritrovare nelle sue parole atteggiamenti e propensioni mie proprie, capire un pò di più il mio rapporto con l’on-line/off-line.

Ci ho riflettuto, poi. In questi anni è cambiata molto la mia relazione con i social media, con il blog, con le “amicizie”, è evoluta talmente che di molti strumenti che prima utilizzavo quotidianamente, oggi non ricordo nemmeno le password. Twitter forse è l’esempio principale. Rappresentava, nei primi anni in cui l’ho utilizzato intensamente, una finestra su un mondo fatto di persone più o meno interessanti, con le quali parlavo più o meno attraverso altri canali, per le quali approfondivo la conoscenza con la lettura di blog, tumblr, la visione di foto etc etc, ed era il mio spazio di libertà. Poi, pian piano, man mano che le mie attività sono cambiate ed ha preso piede la presenza on line delle persone che frequento off line, ho perso l’abitudine di twittare e di seguire i tweet degli altri, perdendomi anche tutte le evoluzioni del social network stesso.

In parallelo, forse, ho cominciato ad essere più soddisfatta delle relazioni off line. Questo ho cominciato a capire ieri sera. L’avvicinamento al mondo on line derivava per me principalmente dal bisogno di trovare una comunità in cui non sentirmi esclusa, in cui sentirmi libera di esprimere i miei pensieri, facilitata moltissimo dal canale di comunicazione stesso. Tastiera e monitor sono per me molto più confortevoli del dialogo diretto, e questo vale ancora oggi. Preferisco mandare una mail o un sms piuttosto che fare una telefonata, e di fronte a nuove conoscenze, generalmente rimango silenziosa ed in disparte, piuttosto incapace di interagire.

Mentre dunque la mia vita off line prendeva una forma più definita, ecco che quella seconda vita on line andava spegnendosi, per lasciare comunque un posto digitale alle nuove frequentazioni reali, attraverso l’uso di facebook. Facebook, però, alla fine non mi piace fino in fondo, proprio per questa relazione con l’on line. Non mi fa sentire meno sola, non mi fa sentire la vicinanza delle persone, non mi da’ più amici e, più del resto, mi fa sentire messa a nudo.

Insomma, sono forse in una fase di transizione, in cui ho bisogno di ricucire l’on line e l’off line e la strada che vorrei seguire è quella del blog. In fondo, è qui che si concentra la mia identità più autentica, ed è frequentare questo posto che, come è sempre stato, rappresenta per me la mia riflessione sullo scorrere del tempo e delle cose.