2016, finalmente eccoti!

è il primo anno da non so più quanti che
stanotte non ho messo nulla di rosso addosso. un pò per mancanza di tempo, un pò forse proprio per una specie di scaramanzia al contrario. già, come a dire che non aspetto fortuna quest’anno, quest’anno ho deciso che me la costruirò da sola, a mia misura, la fortuna.
così, è iniziato il 2016, con addosso quel friccicore delle cose che stanno per succedere. così mi sento, elettrica per l’anno che é appena arrivato.

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Qui la vista era incredibile

Solo una formalità, già, ma mi sembra molto più di così. Da stasera è ufficialmente finito il periodo di sospensione della mia borsa di studio per maternità. Da domani torno a lavorare.

Sospensione è stato il termine giusto con cui ho vissuto questi mesi. Fuori da tutto, immersa solo nel conoscere il mio bambino ed una nuova forma di me.

Sospensione è stato il termine giusto per descrivere le lunghe passeggiate che ho fatto con lui, guardandomi intorno e guardando lui davanti a me. Piangere, sorridere, dormire mentre lo spingevo alla scoperta di pezzi di città.

Sospensione è stato il termine giusto per descrivere il mio stato d’animo, in bilico tra quello che ero – che credevo di essere – e quello che sono – che sto cercando di diventare.
Sospensione è stato un pò come quando provi un vestito e devi tirar su la zip ma non sai se si chiuderà, se ti calzerà stretto o largo o perfetto. Mentre la tiri, trattieni il respiro e per un istante sei sospeso.
Domani ricomincio e sono pronta. Sto trattenendo il respiro per l’ultimo istante prima di indossare un abito nuovo. Quello di una giovane donna che sta imparando un lavoro e sta imparando a fare la mamma, tutte e due le cose insieme, al meglio possibile.
Domani ricomincio e con mille paure sono pronta a lanciarmi in quest’avventura nuova, sperando che i miei pensieri riescano a concentrarsi su altro oltre l’odore dei suoi capelli e la  consistenza della sua pelle e la profondità del suo sorriso e l’intensità del suo sguardo lacrimoso.
E per prepararmi degnamente al nuovo inizio, impossibile pensare di riuscire a dormire.
Il futuro, Baustelle.

L’aliena sono io. Diventare mamma, ovvero un’altra sè.

Ok, il momento è arrivato. L’alieno della pancia, il bambino nascosto, il mio cucciolo d’uomo è qui, difronte a me e non posso proprio prescindere oltre dal farmi condizionare il tempo da lui.

Ho passato il tempo dell’attesa e questi primi 50 giorni cercando di fare come se tutto fosse normale. Ho fatto come se da alieno quale l’ho sempre soprannominato realmente potesse essere un qualcosa di estraneo da me. In realtà, nelle mie buone intenzioni il significato che ho dato e voglio continuare a dare al termine è quello di riconoscere la sua identità a prescindere da me. Insomma, lui è un individuo indipendente. Riconoscerlo è bellissimo, già, ma la cosa che mi è sempre sfuggita è che sono io che non posso essere indipendente da lui. Stamattina però ho deciso che è arrivato proprio il momento di smetterla, e di cominciare a far ruotare le cose intorno a lui.

Insomma, sono in maternità: sono stata assunta a tempo pieno per un lavoro durissimo e gratis (ma gratificante, giuro, quando piange, sembra inconsolabile e poi si calma tra le tue braccia). E’ ora di abituarmici!

I primi tempi a casa dei miei hanno ritardato la scoperta, ma mi hanno aiutato ad entrare nel ruolo piano piano: ho potuto (quasi) sempre riuscire a farmi una doccia senza troppi problemi. Ho imparato lì a cambiare il pannolino, a lavarlo, a capire (mica sempre) cosa vuole riconoscendo il tipo di pianto, a tagliargli le unghie guardando la suocera etc etc.

Diventare mamma, però, credo proprio che stia succedendo in questi giorni. Domenica sera siamo tornati a casa, a Milano, io, Marito e Pupo. Così, nell’intimità di queste quattro mura, da lunedì soli soletti io e il Pupo ci stiamo esercitando. Lui fa’ il figlio ed io la mamma. Ne abbiamo da imparare, soprattutto io. Sono un pò scarsa e glielo dico che “la mamma è un disastro”: glielo dico quando dimentico dove ho messo il ciuccio o la bavetta, quando comincia a piangere morto di fame, dopo mille segnali che per tempo mi aveva mandato, quando cerco di trasportare mille cose, oltre a lui, da una stanza all’altra.

Ma, dicevo, il tempo è arrivato, e stamattina mi sono decisa finalmente ad accettare ‘sto ruolo e ‘sto lavoro ed a rassegnarmi al fatto che non devo fare altro che occuparmi di lui.

In fondo non è mica male: da quando ci siamo alzati, poppata e cambio a parte e breve parentesi culinaria (un orrido piatto di spaghetti al pomodoro mezzi scotti e un pò sconditi) sono riuscita a non far nulla, guardandolo dormicchiare nell’ovetto e scrivendo questo post. Insomma, cose piacevoli!

Chissà che con il tempo non diventi anche una gran parlatrice, a furia di sforzarmi di coinvolgerlo nei miei pensieri per intrattenerlo evitando di dirgli soltanto cucù e simili. Intanto, il proposito è di impegnarmi a vivere quest’avventura il più rilassata possibile, senza guardare alle mille cose che vorrei fare, alla polvere sui mobili, al cesto dei panni, agli eventi milanesi a cui vorrei partecipare, ma godendomi il suo visetto ogni giorno ed ogni giorno raccontarne un pezzettino qui sopra.

lo spazio che evolve

Stravolgere l’ambiente in cui dormo è una cosa che ho sempre amato fare. Avrò cominciato da piccola, spostando ogni tanto una piccola componente della camera, stravolgendo completamente la sistemazione in alcuni casi, ostinandomi addirittura a cambiare il colore dell’altissimo soffitto da sola, arrampicata su tavoli e sistemi vari per arrivare più in alto possibile, in genere soddisfatta del mio lavoro, anche se molto imperfetto.
Nel tempo, poi, ho accumulato oggetti, pezzi di carta, biglietti di mostre e concerti, locandine varie, costruendo in pratica una camera (impolverata) dei ricordi.
L’accumulo seriale è continuato pressoché costantemente fin quando, scegliendo di sposarmi, ho abbandonato la mia camera e, gioco forza, mi sono trovata costretta a riadattarla per poterci dormire in due. Ammetto però che da allora ho cominciato ad imparare a separarmi dalle cose. Forse perchè ce n’erano davvero troppe, di alcune non ricordavo più l’origine ed il ricordo a cui avrebbero dovuto essere associate. Così, lo stravolgimento ha cambiato forma, ed anziché diventare un modo per sistemare nuove aggiunte, è diventato una fase per fare spazio.
Mi sembra di non avere (quasi) più bisogno di nulla, soprattutto di non avere più bisogno di cose su cui si accumula la polvere.
Ora che sono tornata nella mia camera e ci rimarrò per un pò, poi, ho sentito l’esigenza di un ulteriore stravolgimento, che potesse fare nuovo spazio all’alieno che sta arrivando. Ho cominciato dai libri, compresi quelli di università, ho staccato dai muri alcune locandine di lavori fatti. Ho spostato in altre stanze cuscini ingombranti, ho conservato in scatole le mille candele che avevo, lasciandone fuori solo alcune per l’unico momento in cui ancora le uso, il bagno, ho spostato le librerie, ho ottimizzato un pò lo spazio, sacrificando il comodino, etc etc etc.
Stamattina, poi, ho deciso che era l’ora di liberarmi anche di una piccola (!) collezione di giornali. Da tempo, ormai, conservavo tutti i glamour che ogni mese compravo. Non li ho mai più aperti.
Ne ho contate 87 copie, ne ho tenuta soltanto una, avuta in omaggio in occasione della prima di Mamma Mia, biglietto vinto attraverso un concorso organizzato proprio dal giornale qualche anno fa. A Milano ne ho qualche altra copia, più recente. Tra i volumi, alcuni francesi, comprati nel periodo parigino. Le prime copie, con il prezzo in lire, risalgono al primo anno di università.
E’ strana la sensazione che fa: non mi dispiace, piuttosto,  mi sento più leggera: gli oggetti non mi interessano più. I momenti da ricordare rimangono importanti, ma non hanno bisogno di nulla di materiale che li sostenga.
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Tingola per te

Sembra già molto reale, con la tua pancia che di tanto in tanto si muove di moto proprio ed oscilla da sinistra a destra e da destra a sinistra come un budino su un piatto nelle mani di un cameriere inesperto. Poi, mentre ti riposi tra un non-finito e l’altro di Rodin una bambina sussurra al suo papà, guardandoti di sottecchi, “papà c’è un bimbo nascosto nella pancia”. Così ti costringe a guardarti negli specchi della Sala delle Cariatidi e ti obbliga a confermare che sì, è proprio nascosto lì dentro. Intanto, continuano a passare i giorni ed all’improvviso, se provi a contarli, puoi dirti “due mesi e non sarà più nascosto”. Che effetto strano quest’attesa, questa cova che ti trasforma e ti obbliga a fermarti e mentre guardi come ti trasformi fuori cerchi di capire come ti trasforma dentro e non riesci a capirlo e cominci solo a desiderare di conoscerlo.

Fare i conti con uno stato interessante

Esci prima da lavoro, ti rilassi al calduccio di casa con un buon thè ed altrettanta musica, ti prepari per una delle ultime lezioni di jazzercise prima che la tua vita cambi totalmente, esci sotto la pioggia, aspetti l’autobus, arrivi in palestra e…scopri di aver dimenticato i pantaloni. Torneresti indietro, poi, se l’autobus decidesse di passare. Sempre sotto la pioggia.  #vogliadipiangere. Anche questa condizione mentale di confusione e testa sulle nuvole, dicono, appartiene allo stato interessante. Mi dico allora: ma se di tutti i calci che mi da’ durante il giorno ce ne fosse qualcuno in grado di farmi da promemoria/sveglia/post it e simili?