pensiero superficiale

Non pensarci mi è piaciuto. A tratti ho faticato a smettere di ridere, e Mastandrea è spettacolare. Poi, però, un’amarezza profonda, perchè è così profondamente vero che sono le bugie a rendere la vita migliore, e la verità, invece, quella è sempre difficile, inaspettata, dolorosa. Forse basta l’affetto per viverla, ma forse no.

quando torno poi

Un passo avanti, e molti altri indietro. Sei così, che non sai trattenere gli slanci ma poi ci pensi e ti fa paura quel che crei. E i progetti, proiettati su di te, ti sembrano imperfetti ed insostenibili. Non reggono, non stanno su. E piove, e passeggi, e una birra, un vin chaud. E il gatto, coccolato tutta la sera. E le parigine rosse e quella sensazione, che in due si sta più comodi, e che è facile sempre trovare un posto da qualche parte, su un lembo di spalla, tra la clavicola e il collo. E i km con una borsa in spalla e un sacco di libri dentro, e quella casa nuova, una parete fucsia e tutto il resto bianco e forse si, forse è il momento anche per te ma poi, poi tu sei diversa, è troppo complicato, o forse troppo facile, o forse è così semplice avere scuse, e dileguarsi dai progetti.




Intanto, ci sono i marrons grillés che scottano tra le mani e li sbucci tutti tu, mentre i cubi continuano a lampeggiare, e ti piace sbucciarli. E ti piace questa cosa, e ti piace che poi invece così è tutto atipico e più divertente e fuori dal normale ma forse no.

Allora, c’era il caleidoscopio davanti all’Hotel de Ville, e la musichetta ha cominciato e t’ha emozionato, anche se era una cosa semplice. E poi le stelle che si proiettavano dappertutto. E gli ombrelli e le bolle di sapone. C’erano i cocons tiges, che volevano sembrare dei cottons tiges che poi sarebbero i cotton fiocc. E quella banda di ragazzi strampalati, che ha alzato d’un colpo la temperatura, e la gare St Paul e il jardin des Plantes con la dame smarrita, e c’erano i churros e il barbapapà rosa, alla fragola, che ho fatto la fila ed ero felice come una pasqua e non c’era il mio omino delle gaufres e mi è mancato un sacco, perchè nessuno le fa buone come lui e l’ho cercato dappertutto e c’era il pavè del Vieux Lyon e c’era un sacco di gente ed alla fine ero stanca stanchissima, ma non importa, ce la fai lo stesso e riesci a sentire la sveglia e all’apero butti giù quel kyr e ti senti così, un pò intontita e guardi lei e ti domandi se forse magari poi dovresti farle un regalo a Natale. E nella borsa, quando parti, hai due t-shirt in più, che la pétite Marion ti ha mandato da Parigi e hai trovato quel film, l’avevi cercato un sacco, e poi, e poi c’era il Marché de Noel, e les bougies su tutte le finestre.

E continuano i km e scorrono le pagine, una dietro l’altra, e la musica è ad alto volume e si stacca solo per rispondere alle premure di mamma, che vuol già sapere cosa preparare per te.  E pensi a chi hai visto per un attimo, e avresti voluto essere incisiva e saperle dire di reagire, e saperla fare reagire. E pensi a chi avresti dovuto vedere per un attimo e poi no, non l’hai visto -mannaggia, oggi doveva avere il vestito elegante- e mandi sms e non lo sai come stai, e non rispondi. Tanto lei lo sa, cosa vorresti dirle, e quello basta. E compri i TUC, e li pronunci TOUC e ci ridi su. E quel sorriso, e quel cielo, e quella sei tu, rannicchiata nell’autobus una volta ancora, e l’ultima non è.

 

contaminazioni

East is east. I mattoncini delle case sono tutti uguali, le persone, ognuna a suo modo.

Perchè poi, per un figlio, bisogna solo volere che scelga la sua felicità, e difenderlo con tutte le forze perchè abbia il diritto di scegliere, e non proiettare su di lui le proprie aspirazioni, e non aspettarsi da lui che sia un’appendice. Perché poi, per riuscirci davvero, bisogna essere forse pure un pò troppo freddi, ed ascoltarlo come se non ci appartenesse. Perchè così è, non appartiene.

code 46

Ho scelto un film. E no, non saprei commentarlo.
E’ che non mi capita mai una cosa come quella, un’emozione così forte già all’inizio, una empatia – si, caso di dirlo – così  forte.
Forse, il pensiero che in questi giorni mi assorbe, di sensazioni passate, di sensazioni che non riesco ancora a razionalizzare, a catalogare, a mettere al loro posto nell’album dei ricordi.
E’ che no, io non ci so fare con le fini. E tutto quanto è stato troppo bello, non posso sopportare la velocità con cui si trasforma, è troppo più forte della mia capacità di analisi. E così, resto indietro, ingabbiata nel desiderio, ingabbiata nell’entusiasmo primitivo che si spegne negli altri, e che mi induce verso strani modi di percezione del mondo esterno.
Lotfi dice che dovrei vedere un terapista, che aiuta un sacco. Si’, lo penso anche io. Ma poi, non credo fino in fondo che sia il modo. Perchè il modo è dentro, è solo questione di volontà. E io non voglio, in fondo, che certe cose cambino, ha ragione Ro’ ad un tavolo del McDo, io non faccio nulla perchè non voglio. E infilo e mischio i miei pensieri, ed alla fine, reimpasto con le radici e poi non so trovare un filo. E mi perdo negli abbracci.
Mi mancano un sacco di cose.
I miss you, fine del film.