Come un pendolo

Partenza. Ma in realtà è un ritorno. Così mi si affollano le idee in testa. Confusione, come tra i bagagli.

Il ritorno a casa, nella città che ho scelto e mi ha accolto, nella città del lavoro, dei semafori, degli aperitivi, dei grandi negozi in cui perdersi e delle mostre in cui incantarsi.

La partenza dalla città che ho lasciato, dalla terra sofferta a cui sento di appartenere ma da cui mi sento soffocare.

Il ritorno a casa, quella per cui pago un mutuo e di cui ho scelto il colore delle pareti, il tessuto del divano e la disposizione dei mobili, il ritorno tra le mie cose, nel mio rifugio, il posto in cui sono a mio completo agio.

La partenza da casa, quella in cui sono  cresciuta, quella che hanno costruito i miei, condividendo con me la fatica e la gioia di vederla pian piano crescere insieme a me, quella in cui mi addormento con i suoni della campagna e mi sveglio con la luce naturale. La tana in cui ho sempre trovato rifugio, ma in cui non sono più a mio completo agio.

I posti da cui provengo sono l’essenza di me ma non riesco più a fare che siano i miei posti. Rappresentano tutto ciò che è, così com’è, senza altra possibilità. Non contemplano il cambiamento ma solo una stanca rassegnazione che fomenta in me la rabbia e la tristezza ed il dolore ogni volta che mi scopro incapace di fare qualsiasi cosa.

I posti in cui vivo diventano parte di me e mi insufflano la speranza del futuro ed il friccicore della possibilità. L’indefinito che ancora può prendere una forma migliore, migliore per me, più simile a come vorrei che fosse per rendermi felice. Ed in questa possibilità, farmi già ora sentire felice.

Ma una nota di tristezza permane.
Se solo in quella terra si avvertisse un pochetto che tutto è possibile ed ovunque è possibile e per chiunque è possibile, forse la rassegnazione pian piano lascerebbe il campo al desiderio di reagire. 

Attraverso così l’Italia, con il segreto desiderio che prima o poi i tempi maturino e si accenda da sè una scintilla di cambiamento. O magari trovi io da qualche parte la capacità di accenderla.

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il giornalaio di fiducia

Sono passata a comprare il mio solito mensile frivolo stasera, prima di rientrare a casa. Erano le otto e un quarto quando ho lasciato la macchina con le quattro frecce un pò in mezzo alla strada e sono scesa veloce veloce per entrare nel piccolo prefabbricato in cui da sempre ho comprato giornali e giornaletti.
Così, mentre richiudevo la porta alle mie spalle ho pensato che per me quel viso è così noto, un viso a cui in fondo sono affezionata. E' il giornalaio per antonomasia, con un'espressione poco espressiva, sempre gentile, molto silenzioso, in quel posto pieno di carta in cui lui si orienta benissimo.
Oggi gli chiedo glamour, ieri gli chiedevo figurine, domani, chissà se sarà ancora lui il mio giornalaio di fiducia. 

Nodi complessi

Ora, senza addentrarci troppo nelle questioni, io porrei giusto un attimo l’attenzione sul nodo complesso del Gallitello*.
Dopo mesi e mesi di estenuanti lavori (e lotta contro i vigili e i segnali – la direzione obbligatoria, questa sconosciuta! – ) ecco che finalmente anche a Potenza approdano le mega rotatorie, simbolo di un traffico civile e scorrevole, elemento di mitigazione dello smog da sosta degli autoveicoli, metafora del continuo girotondo senza una meta.
‘Ste rotatorie so’ talmente belle che la gente pensa ci si possa fermare a fare un picnic. Già. E poi…troppo ordinate, prima di impegnarle, bisogna fermarsi a chiedere il permesso. Già.
Si si, il traffico è migliorato, ehhhhhhhhhhh
Il nodo complesso del Gallitello. Già. La complessità è nel capirlo, ‘sto nodo.


* Dicesi Gallitello torrente potentino, affluente del Fiume Basento. Dal suddetto torrente prende il nome una lunga strada pianeggiante che lo costeggia (e che gli ruba spazio). La suddetta strada è da alcuni anni scenario di trasformazioni urbanistiche rilevanti, che hanno elevato il suo rango a quello di "strada commerciale". Il numero di macchine che vi transita e parcheggia selvaggiamente ovunque sia possibile ha richiesto l’accelerazione del processo di trasformazione delle infrastrutture, allargando il raggio alle arterie confluenti. Questo ha determinato il tracollo del traffico potentino.

spes

Se fosse davvero vero quel che ho sentito dire poco fa nei corridoi dove si consumava un mezzo caffè, sarei addolorata e offesa. Ma, nonostante "non abbia avuto la fortuna di essere sua allieva" come mi scrisse tempo fa lui stesso nella prima pagina bianca qui dentro, bè, posso essere un buon professionista comunque. E avere la speranza che con le mie forze e con le forze di quanti sono simili a me, il sostrato culturale della città, se è proprio così basso, possa diventare migliore.

studiare controllo

Anche questo è andato. Ci abbiamo lavorato a lungo. Ci siamo lasciati arrossare dal sole (e lo so che ve lo ricordate di quella mattina che sono tornata a casa con una striscia bianca che mi attraversava tutte le spalle da sinistra a destra), e ci siamo presi anche un sacco di freddo, trovando riparo in certi portoni, ci siamo divertiti a fare pubblicità ai pub (solo certi pub, per altri, TABULA RASA ), siamo entrati a bere il thè a casa di certi signori ed abbiamo fatto una chiacchiera con vecchi sindaci della città, ci siamo arrampicati tra i muretti e le sterpaglie ed abbiamo incontrato possibili lavori da fare (a proposito, ma poi com’è finita?). Abbiamo scattato un sacco di foto e cercato di capire come cavolo erano ‘sti setti benedetti. Abbiamo cercato il numero civico del nostro edificio n.62 e ce lo avevamo anche in una foto. Abbiamo fatto ipotesi e contro-ipotesi, abbiamo ricontrollato i calcoli. Ho sbagliato un sacco di calcoli. Abbiamo sovrastimato la popolazione. Ci siamo stancati un sacco. Abbiamo staccato per sbaglio prese della corrente senza richiesta e abbiamo assorbito onde elettromagnetiche oltre il necessario (). Abbiamo dato un sacco di fastidio al Laboratorio e abbiamo stampato due volte la relazione.
Forse abbiamo sbagliato i nostri ragionamenti, e si, ci siamo fatti fregare così, come degli scemi. Ma quello non è tutto.


Tutto è che siamo quasi alla fine, un pò ci separiamo già ora (ahia, come faremo noi senza di te eh?) e, in sintesi, a me dispiace un sacco.

la cosa pubblica

Succede che ci si ritrova in un laboratorio, un proiettore acceso che emana un sacco di calore e fa un sacco di brusio. una decina di persone, circa, cercando di capire perchè questa cosa pubblica è tanto bistrattata.

Volevo fare l’urbanista da grande, e la voglio fare ancora. E allora guardo, osservo, imparo, e mentre gli animi si infiammano e certe affermazioni prendono colori politici, mi domando semplicemente com’è che sia così difficile fare le cose per bene.

cloro

Dunque. Sono tornata in piscina, con occhialini e coraggio, ho messo il borsone in macchina e sono andata.
Bene. Confortatissima dall’ottimo risultato, che non speravo di raggiungere, ma avevo comunque prefissato, mentre nuotavo e mi sbracciavo (a proposito, un dubbio mi assale: c’avrò mica bisogno di massaggi, e qui ci si potrebbe anche proporre qualcuno, visto che nuotando a dorso germanico mi sono accorta che il braccio destro arriva moooooooolto dopo quello sinistro nell’acqua, quando invece dovrebbero arrivarci insieme, e dunque, essendo io mancina, ho dedotto un rattrappimento, seppur giustificato tuttavia precoce, del lato destro di corpo?)  ripensavo al fatto che c’è una cosa impagabile nell’andare in piscina: la strada che percorro. Piccola, in salita, trafficata. Praticamente specchietto a specchietto con chi scende. Così me li gusto. Li guardo, li riguardo, immagino. La famiglia che non ce la fa proprio a resistere nell’abitacolo, troppo piccolo, troppo affollato, la tizia che parla al cellulare (non si fa, mannaggia, è pericoloso! E qui lo ripeto, caso mai riuscissi ad impararlo pure io…) , l’uomo giovane con il bambino nel seggiolino dietro. I giovinastri che fanno i bellissimi (e ovviamente non lo sono).
Bella in fondo questa mia città.
Poi ripenso. Non so contare le volte in cui sono salita a Luxembourg e sono scesa alla Marie du XVIII. Infinite volte tre quarti d’ora a guardare da un finestrino, quasi sempre lo stesso, giusto dietro al conducente, Parigi che si muove. Parigi che lavora, più spesso, Parigi che si prepara al riposo. Il rientro, la gente stanca. La ragazza che mi fa cenno di scendere, salire in macchina con loro.
La mia voglia di arrivare.

sabato qualunque

Il sole ed il cielo azzurro. La colazione mentre parlo a telefono con un’amica. I cereali nuovi che sono troppo buoni e il barattolo del nescafé che ho comprato l’altro ieri, per gli ospiti che arriveranno, e che al mattino preferiscono il loro lungo e scialbo caffè-noncaffè. Lo studio, un sacco, da fare. Qualche piccola commissione e la voglia di indossare la gonna, stasera c’è troppo freddo di sicuro. Ok, esco.
La piazza, visi noti, il piacere di camminare da sola. Cercare qualcosa, l’armadio è sempre vuoto. Quattro chiacchiere, proposte allettanti, ma che chissà.
"Un passaggio fino alla macchina?", "No grazie, preferisco passeggiare, c’è bel tempo". "Vuoi mostrare le gambe eh, donna maledetta?".
Bè, forse si, in fondo 🙂

dei fiori finti e della bellezza moderna

Bè, faccio la fila dal fioraio, ci arrivo all’ultimo minuto e mi guardo intorno per vedere che è rimasto di bello. Intanto la signora sta servendo una ragazza prima di me. Le confeziona (che poi già sto verbo, confezionare, mah) tre rose. "Ti metto dei brillantini?"  "Si, si, grazie, stavo per chiedertelo" "Ecco fatto, bello no" "Si, bellissimo, sembra finto".

Sono perplessa. Al mio turno " Ti metto dei brillantini?" "Ehm, no, grazie, ok così".