2016, finalmente eccoti!

è il primo anno da non so più quanti che
stanotte non ho messo nulla di rosso addosso. un pò per mancanza di tempo, un pò forse proprio per una specie di scaramanzia al contrario. già, come a dire che non aspetto fortuna quest’anno, quest’anno ho deciso che me la costruirò da sola, a mia misura, la fortuna.
così, è iniziato il 2016, con addosso quel friccicore delle cose che stanno per succedere. così mi sento, elettrica per l’anno che é appena arrivato.

dicembre

L’Avvento in effetti va sempre più veloce di quello che ci si aspetti, ma quest’anno mi sembra abbia avuto un’accelerata pazzesca. Banale, banalissimo, ma mi sembra ieri che ancora cercavo di progettare il mio calendario e le caselline, pouf, tutte aperte. Sembrava ieri che facevo la lista delle cose da fare e, pouf, contenta o no, a metà o no, tutto fatto.

Bah, un pò già ho nostalgia. Ora che metto il mio Gesù Bambino nel mio presepiuccio sento che avrei voluto godermelo di più, con più calma, con più respiro, con più tempo, con un tempo più dilatato.

Va bè, è andata così quest’anno. Ora che l’attesa è finita, però, ed anche se breve,  è stata comunque piacevole, ecco, ora è arrivato il tempo del Natale, e sono nel mood giusto per godermelo del tutto.

Prima che arrivi l’anno nuovo ed un vento di cambiamento.

Come un pendolo

Partenza. Ma in realtà è un ritorno. Così mi si affollano le idee in testa. Confusione, come tra i bagagli.

Il ritorno a casa, nella città che ho scelto e mi ha accolto, nella città del lavoro, dei semafori, degli aperitivi, dei grandi negozi in cui perdersi e delle mostre in cui incantarsi.

La partenza dalla città che ho lasciato, dalla terra sofferta a cui sento di appartenere ma da cui mi sento soffocare.

Il ritorno a casa, quella per cui pago un mutuo e di cui ho scelto il colore delle pareti, il tessuto del divano e la disposizione dei mobili, il ritorno tra le mie cose, nel mio rifugio, il posto in cui sono a mio completo agio.

La partenza da casa, quella in cui sono  cresciuta, quella che hanno costruito i miei, condividendo con me la fatica e la gioia di vederla pian piano crescere insieme a me, quella in cui mi addormento con i suoni della campagna e mi sveglio con la luce naturale. La tana in cui ho sempre trovato rifugio, ma in cui non sono più a mio completo agio.

I posti da cui provengo sono l’essenza di me ma non riesco più a fare che siano i miei posti. Rappresentano tutto ciò che è, così com’è, senza altra possibilità. Non contemplano il cambiamento ma solo una stanca rassegnazione che fomenta in me la rabbia e la tristezza ed il dolore ogni volta che mi scopro incapace di fare qualsiasi cosa.

I posti in cui vivo diventano parte di me e mi insufflano la speranza del futuro ed il friccicore della possibilità. L’indefinito che ancora può prendere una forma migliore, migliore per me, più simile a come vorrei che fosse per rendermi felice. Ed in questa possibilità, farmi già ora sentire felice.

Ma una nota di tristezza permane.
Se solo in quella terra si avvertisse un pochetto che tutto è possibile ed ovunque è possibile e per chiunque è possibile, forse la rassegnazione pian piano lascerebbe il campo al desiderio di reagire. 

Attraverso così l’Italia, con il segreto desiderio che prima o poi i tempi maturino e si accenda da sè una scintilla di cambiamento. O magari trovi io da qualche parte la capacità di accenderla.

Polvere

Queste pareti rosse che ho colorato io arrampicandomi su impalcature improvvisate sono piene di cose. Ancora troppe, pur se già più volte ho sgobbato duro per liberarle.
Non basta, sento il bisogno di alleggerire ancora. Riempirmi gli occhi e la pelle della polvere accumulata tra tutte queste cose e fare aria. Minimal. La polvere rende questi ricordi sbiaditi, opachi. Al tatto, ruvidi. Così perdono la poesia e l’incanto del tempo da cui provengono. Per questo, ora voglio ravvivarli e conservarli in mente, con il bagliore vivo del loro momento.
Domani, all’opera.

Qui la vista era incredibile

Solo una formalità, già, ma mi sembra molto più di così. Da stasera è ufficialmente finito il periodo di sospensione della mia borsa di studio per maternità. Da domani torno a lavorare.

Sospensione è stato il termine giusto con cui ho vissuto questi mesi. Fuori da tutto, immersa solo nel conoscere il mio bambino ed una nuova forma di me.

Sospensione è stato il termine giusto per descrivere le lunghe passeggiate che ho fatto con lui, guardandomi intorno e guardando lui davanti a me. Piangere, sorridere, dormire mentre lo spingevo alla scoperta di pezzi di città.

Sospensione è stato il termine giusto per descrivere il mio stato d’animo, in bilico tra quello che ero – che credevo di essere – e quello che sono – che sto cercando di diventare.
Sospensione è stato un pò come quando provi un vestito e devi tirar su la zip ma non sai se si chiuderà, se ti calzerà stretto o largo o perfetto. Mentre la tiri, trattieni il respiro e per un istante sei sospeso.
Domani ricomincio e sono pronta. Sto trattenendo il respiro per l’ultimo istante prima di indossare un abito nuovo. Quello di una giovane donna che sta imparando un lavoro e sta imparando a fare la mamma, tutte e due le cose insieme, al meglio possibile.
Domani ricomincio e con mille paure sono pronta a lanciarmi in quest’avventura nuova, sperando che i miei pensieri riescano a concentrarsi su altro oltre l’odore dei suoi capelli e la  consistenza della sua pelle e la profondità del suo sorriso e l’intensità del suo sguardo lacrimoso.
E per prepararmi degnamente al nuovo inizio, impossibile pensare di riuscire a dormire.
Il futuro, Baustelle.

lo spazio che evolve

Stravolgere l’ambiente in cui dormo è una cosa che ho sempre amato fare. Avrò cominciato da piccola, spostando ogni tanto una piccola componente della camera, stravolgendo completamente la sistemazione in alcuni casi, ostinandomi addirittura a cambiare il colore dell’altissimo soffitto da sola, arrampicata su tavoli e sistemi vari per arrivare più in alto possibile, in genere soddisfatta del mio lavoro, anche se molto imperfetto.
Nel tempo, poi, ho accumulato oggetti, pezzi di carta, biglietti di mostre e concerti, locandine varie, costruendo in pratica una camera (impolverata) dei ricordi.
L’accumulo seriale è continuato pressoché costantemente fin quando, scegliendo di sposarmi, ho abbandonato la mia camera e, gioco forza, mi sono trovata costretta a riadattarla per poterci dormire in due. Ammetto però che da allora ho cominciato ad imparare a separarmi dalle cose. Forse perchè ce n’erano davvero troppe, di alcune non ricordavo più l’origine ed il ricordo a cui avrebbero dovuto essere associate. Così, lo stravolgimento ha cambiato forma, ed anziché diventare un modo per sistemare nuove aggiunte, è diventato una fase per fare spazio.
Mi sembra di non avere (quasi) più bisogno di nulla, soprattutto di non avere più bisogno di cose su cui si accumula la polvere.
Ora che sono tornata nella mia camera e ci rimarrò per un pò, poi, ho sentito l’esigenza di un ulteriore stravolgimento, che potesse fare nuovo spazio all’alieno che sta arrivando. Ho cominciato dai libri, compresi quelli di università, ho staccato dai muri alcune locandine di lavori fatti. Ho spostato in altre stanze cuscini ingombranti, ho conservato in scatole le mille candele che avevo, lasciandone fuori solo alcune per l’unico momento in cui ancora le uso, il bagno, ho spostato le librerie, ho ottimizzato un pò lo spazio, sacrificando il comodino, etc etc etc.
Stamattina, poi, ho deciso che era l’ora di liberarmi anche di una piccola (!) collezione di giornali. Da tempo, ormai, conservavo tutti i glamour che ogni mese compravo. Non li ho mai più aperti.
Ne ho contate 87 copie, ne ho tenuta soltanto una, avuta in omaggio in occasione della prima di Mamma Mia, biglietto vinto attraverso un concorso organizzato proprio dal giornale qualche anno fa. A Milano ne ho qualche altra copia, più recente. Tra i volumi, alcuni francesi, comprati nel periodo parigino. Le prime copie, con il prezzo in lire, risalgono al primo anno di università.
E’ strana la sensazione che fa: non mi dispiace, piuttosto,  mi sento più leggera: gli oggetti non mi interessano più. I momenti da ricordare rimangono importanti, ma non hanno bisogno di nulla di materiale che li sostenga.
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Tingola per te

Sembra già molto reale, con la tua pancia che di tanto in tanto si muove di moto proprio ed oscilla da sinistra a destra e da destra a sinistra come un budino su un piatto nelle mani di un cameriere inesperto. Poi, mentre ti riposi tra un non-finito e l’altro di Rodin una bambina sussurra al suo papà, guardandoti di sottecchi, “papà c’è un bimbo nascosto nella pancia”. Così ti costringe a guardarti negli specchi della Sala delle Cariatidi e ti obbliga a confermare che sì, è proprio nascosto lì dentro. Intanto, continuano a passare i giorni ed all’improvviso, se provi a contarli, puoi dirti “due mesi e non sarà più nascosto”. Che effetto strano quest’attesa, questa cova che ti trasforma e ti obbliga a fermarti e mentre guardi come ti trasformi fuori cerchi di capire come ti trasforma dentro e non riesci a capirlo e cominci solo a desiderare di conoscerlo.

Fare i conti con uno stato interessante

Esci prima da lavoro, ti rilassi al calduccio di casa con un buon thè ed altrettanta musica, ti prepari per una delle ultime lezioni di jazzercise prima che la tua vita cambi totalmente, esci sotto la pioggia, aspetti l’autobus, arrivi in palestra e…scopri di aver dimenticato i pantaloni. Torneresti indietro, poi, se l’autobus decidesse di passare. Sempre sotto la pioggia.  #vogliadipiangere. Anche questa condizione mentale di confusione e testa sulle nuvole, dicono, appartiene allo stato interessante. Mi dico allora: ma se di tutti i calci che mi da’ durante il giorno ce ne fosse qualcuno in grado di farmi da promemoria/sveglia/post it e simili?

Agosto

Il cicaleccio assordante che rompe il silenzio. Il sole che secca la pelle ed il sale che resta. Il fragore delle onde ed il tempo che cambia. La sabbia bagnata dopo una notte di lampi e di tuoni e l’aria finalmente più fresca. Gli ombrelloni, alcuni chiusi ed altri aperti, i frammenti di conchiglie e le pagine del libro spostate dal vento. Cornice ai pensieri finalmente sgombri dal quotidiano e riempiti dalle persone che scegli ogni giorno, quelle che sono accanto e quelle che vorresti più vicino.

questione di misure?

Questo maggio piovoso mi induce alla riflessione. Mentre sta per chiudersi un capitolo della mia vita, con la discussione della mia tesi di dottorato, dondolo nella malinconia, in una quasi astenia primaverile, mentre primavera non è ancora, in una bulimia di pensieri che si attorcigliano e da cui non riesco a districarmi. Mi chiedo chi sono. Mi alzo al mattino senza una grande voglia di lavorare, perchè quello che sto facendo in fondo non mi piace molto. Ma. Ieri mi sono sentita mentre dicevo che non saprei pensarmi senza questi anni di dottorato, che sono proprio io, che questo era il mio percorso. Io sono esattamente quella che sto diventando. Ecco perchè forse non riesco a farmi calzare addosso altre soluzioni. Non le vedo cucite addosso a me.

Sì, ok, è che sono problematica. Nemmeno i vestiti vedo mai cuciti addosso a me, nemmeno quelli che mi hanno cucito letteralmente addosso. Insomma, ho problemi con i vestiti di stoffa e sono pretenziosa pure nelle cose che voglio fare. Ma poi sarà così pretenzioso fare me stessa?

No, la verità è che non è pretenzioso, ma che non sono capace di pronunciare ad alta voce chi sono. Così, rimango – silenziosa – perplessa a guardare le giornate passare, cercando di ritagliarmi il mio posto senza affermare con certezza qual è. Insomma, il lavoro che faccio potrebbe essere migliore se riuscissi a migliorarne le condizioni che dipendono da me, ma ancora non ci riesco.

Un passo avanti però l’ho fatto. Ho capito che molto dipende da me. Evviva.