Come un pendolo

Partenza. Ma in realtà è un ritorno. Così mi si affollano le idee in testa. Confusione, come tra i bagagli.

Il ritorno a casa, nella città che ho scelto e mi ha accolto, nella città del lavoro, dei semafori, degli aperitivi, dei grandi negozi in cui perdersi e delle mostre in cui incantarsi.

La partenza dalla città che ho lasciato, dalla terra sofferta a cui sento di appartenere ma da cui mi sento soffocare.

Il ritorno a casa, quella per cui pago un mutuo e di cui ho scelto il colore delle pareti, il tessuto del divano e la disposizione dei mobili, il ritorno tra le mie cose, nel mio rifugio, il posto in cui sono a mio completo agio.

La partenza da casa, quella in cui sono  cresciuta, quella che hanno costruito i miei, condividendo con me la fatica e la gioia di vederla pian piano crescere insieme a me, quella in cui mi addormento con i suoni della campagna e mi sveglio con la luce naturale. La tana in cui ho sempre trovato rifugio, ma in cui non sono più a mio completo agio.

I posti da cui provengo sono l’essenza di me ma non riesco più a fare che siano i miei posti. Rappresentano tutto ciò che è, così com’è, senza altra possibilità. Non contemplano il cambiamento ma solo una stanca rassegnazione che fomenta in me la rabbia e la tristezza ed il dolore ogni volta che mi scopro incapace di fare qualsiasi cosa.

I posti in cui vivo diventano parte di me e mi insufflano la speranza del futuro ed il friccicore della possibilità. L’indefinito che ancora può prendere una forma migliore, migliore per me, più simile a come vorrei che fosse per rendermi felice. Ed in questa possibilità, farmi già ora sentire felice.

Ma una nota di tristezza permane.
Se solo in quella terra si avvertisse un pochetto che tutto è possibile ed ovunque è possibile e per chiunque è possibile, forse la rassegnazione pian piano lascerebbe il campo al desiderio di reagire. 

Attraverso così l’Italia, con il segreto desiderio che prima o poi i tempi maturino e si accenda da sè una scintilla di cambiamento. O magari trovi io da qualche parte la capacità di accenderla.

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Agosto

Il cicaleccio assordante che rompe il silenzio. Il sole che secca la pelle ed il sale che resta. Il fragore delle onde ed il tempo che cambia. La sabbia bagnata dopo una notte di lampi e di tuoni e l’aria finalmente più fresca. Gli ombrelloni, alcuni chiusi ed altri aperti, i frammenti di conchiglie e le pagine del libro spostate dal vento. Cornice ai pensieri finalmente sgombri dal quotidiano e riempiti dalle persone che scegli ogni giorno, quelle che sono accanto e quelle che vorresti più vicino.

viaggiare, e non dimenticare

Ripesco questo post che avevo scritto, ma che poi avevo dimenticato nel cassetto…

Lo ammetto, compilare il modulo Esta mi metteva un po' di terrore, con tutte le dichiarazioni da fare e le informazioni da dare etc., e quando l'ho presentato in aeroporto, l'effetto era sempre quello, e la domanda che mi ronzava per la testa era: "ma come, arrivo nella città della Statua della Libertà e devono controllarmi così?"
in effetti, poi, al controllo mi hanno fatto un sacco di domande ed hanno ripreso le mie impronte, e poi, finalmente, ero in aeroporto, dopo un volo così lungo che,  se non lo avessi fatto , no, non avrei creduto che quel bestione di aereo si potesse mantenere in aria tutto quel tempo con tutta quella gente grassa.
L'aeroporto uguale a tutti gli altri, eh. Non sai dove sei fin quando non metti il naso fuori ed i taxi gialli ti dicono: "ehi, baby, sei a New York", e correndo come pazzi ad un certo punto ti presentano lo spettacolo della skyline di Manhattan al tramonto.
 

istinto

Avevo tra le mani la stampa di una mappa da Google Maps, che, fedele, ci ha aiutato nel percorso. La guardavo, leggevo le indicazioni, tutto perfetto. Quanta fatica, però, da quel foglio di carta, stampato in bianco e nero, riconoscere i territori che attraversavamo, e che ci continuavano a stupire, belli, quasi infiniti.
Sentivo il desiderio di sfogliare una mappa vera, una carta, un insieme di carte, di segnarle, con la matita, di definire il percorso così, poggiati sul cofano dell’auto, l’aria fresca, una sigaretta in mano.
Forse antigeek mentre mi rifiuto di farmi piacere tom tom e aggeggi simili, mentre resto molto affascinata dal potere della neogeography, non posso smettere di amare l’odore della carta.
Oggi, ho comprato un atlante stradale e mi sento felice

sensazioni


C’erano le scale, e una canzone nuova che mi ha fatto ascoltare in treno. C’era un sole pallido ed una coppia di vigili. C’erano tutt’intorno un sacco di terrazze, e qualcuno affacciato ad un balcone con una sigaretta tra le dita. C’era una gran confusione di lingue, e un pot-pourri di stili, di colori, di odori. C’era qualcuno che cercava di rifilare rose e una signora che si ribellava, c’era un giovane che ci ha suggerito la strada e c’era un tipo che non ha creduto che avessi meno di 25 anni (fiscale, uff). C’erano una ventola che faceva brusio, un profumo d’ambiente eccessivo, una ragazza strana ed un imbianchino. C’era una cartina su un tavolo di un bar, ed un uomo che è venuto a riprendersela, c’era una mousse a tre strati di cioccolato ed una bottiglia di vino aperta. C’erano un pò di margherite e c’erano un sacco di scritte sui muri. C’erano i pedoni e c’erano gli automobilisti che sfrecciavano accanto. C’era una bambina che chiedeva l’elemosina e il mercato era finito. C’era un sacco di gente e poi c’erano quei dipinti incredibili. C’erano i colori dei palazzi e c’era l’odore del treno. C’era un paesino e c’era un lago un pò inutile. C’era un uomo di ferro seduto a guardare la città, c’era un parco addormentato. C’era un tavolino alla fine, e gli aerei che decollavano proprio accanto. C’erano quattro donne nere ed alte sedute in una sola fila e quattro acconciature diverse, e un sacco di bagagli. C’era il verso dell’ippopotamo e c’erano un sacco di caffè.

quando torno poi

Un passo avanti, e molti altri indietro. Sei così, che non sai trattenere gli slanci ma poi ci pensi e ti fa paura quel che crei. E i progetti, proiettati su di te, ti sembrano imperfetti ed insostenibili. Non reggono, non stanno su. E piove, e passeggi, e una birra, un vin chaud. E il gatto, coccolato tutta la sera. E le parigine rosse e quella sensazione, che in due si sta più comodi, e che è facile sempre trovare un posto da qualche parte, su un lembo di spalla, tra la clavicola e il collo. E i km con una borsa in spalla e un sacco di libri dentro, e quella casa nuova, una parete fucsia e tutto il resto bianco e forse si, forse è il momento anche per te ma poi, poi tu sei diversa, è troppo complicato, o forse troppo facile, o forse è così semplice avere scuse, e dileguarsi dai progetti.




Intanto, ci sono i marrons grillés che scottano tra le mani e li sbucci tutti tu, mentre i cubi continuano a lampeggiare, e ti piace sbucciarli. E ti piace questa cosa, e ti piace che poi invece così è tutto atipico e più divertente e fuori dal normale ma forse no.

Allora, c’era il caleidoscopio davanti all’Hotel de Ville, e la musichetta ha cominciato e t’ha emozionato, anche se era una cosa semplice. E poi le stelle che si proiettavano dappertutto. E gli ombrelli e le bolle di sapone. C’erano i cocons tiges, che volevano sembrare dei cottons tiges che poi sarebbero i cotton fiocc. E quella banda di ragazzi strampalati, che ha alzato d’un colpo la temperatura, e la gare St Paul e il jardin des Plantes con la dame smarrita, e c’erano i churros e il barbapapà rosa, alla fragola, che ho fatto la fila ed ero felice come una pasqua e non c’era il mio omino delle gaufres e mi è mancato un sacco, perchè nessuno le fa buone come lui e l’ho cercato dappertutto e c’era il pavè del Vieux Lyon e c’era un sacco di gente ed alla fine ero stanca stanchissima, ma non importa, ce la fai lo stesso e riesci a sentire la sveglia e all’apero butti giù quel kyr e ti senti così, un pò intontita e guardi lei e ti domandi se forse magari poi dovresti farle un regalo a Natale. E nella borsa, quando parti, hai due t-shirt in più, che la pétite Marion ti ha mandato da Parigi e hai trovato quel film, l’avevi cercato un sacco, e poi, e poi c’era il Marché de Noel, e les bougies su tutte le finestre.

E continuano i km e scorrono le pagine, una dietro l’altra, e la musica è ad alto volume e si stacca solo per rispondere alle premure di mamma, che vuol già sapere cosa preparare per te.  E pensi a chi hai visto per un attimo, e avresti voluto essere incisiva e saperle dire di reagire, e saperla fare reagire. E pensi a chi avresti dovuto vedere per un attimo e poi no, non l’hai visto -mannaggia, oggi doveva avere il vestito elegante- e mandi sms e non lo sai come stai, e non rispondi. Tanto lei lo sa, cosa vorresti dirle, e quello basta. E compri i TUC, e li pronunci TOUC e ci ridi su. E quel sorriso, e quel cielo, e quella sei tu, rannicchiata nell’autobus una volta ancora, e l’ultima non è.