13 dicembre

È un sabato mattina grigio e piuttosto freddo. Le strade sono ancora poco popolate. Mi sono appropriata di queste ore, forse con qualche senso di colpa, ma con il desiderio di trovarci dentro un pò di me stessa, in un periodo in cui faccio fatica a riconoscermi. Sono sempre di corsa, con il fiatone scappo cercando di conciliare -e riuscendoci male- il ruolo di mamma e quello di giovane ricercatrice precaria che ancora non ha un lavoro vero nè si ritrova in quello che fa e soprattutto non è in grado di capire quello che può fare. Così passano i giorni, il mio bambino comicia già a gattonare e ad alzarsi da solo e a me sembra che il ventaglio delle mie possibilità si vada stringendo sempre più, attanagliandomi in un vortice di ansia e paura e frustrazione da cui  non riesco a liberarmi. Mi sento sempre meno lucida e capace di pensare e così, mi dico, si riducono ancora di più le mie possibilità di inventarmi o reiventarmi. Leggo mille storie e guardo mille immagini di giovani donne simili a me, ma che sono riuscite a trovare un senso ed a dare una forma ai loro giorni. Provo un pò di invidia per nulla costruttiva e così non riesco nemmemo a prendere spunto. Mi sembra che tutto quello che di intelligente si possa fare sia già stato fatto. Allora continuo a correre ed a farmi mancare il fiato e mi auguro che in una mattina grigia come questa con le ore che mi sto regalando io possa trovare una scintilla che riaccenda il mio entusiasmo e la mia voglia di vivere, crescere, migliorare ogni giorno ed essere sempre felice e rendere felice chi mi è accanto.

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Come un pendolo

Partenza. Ma in realtà è un ritorno. Così mi si affollano le idee in testa. Confusione, come tra i bagagli.

Il ritorno a casa, nella città che ho scelto e mi ha accolto, nella città del lavoro, dei semafori, degli aperitivi, dei grandi negozi in cui perdersi e delle mostre in cui incantarsi.

La partenza dalla città che ho lasciato, dalla terra sofferta a cui sento di appartenere ma da cui mi sento soffocare.

Il ritorno a casa, quella per cui pago un mutuo e di cui ho scelto il colore delle pareti, il tessuto del divano e la disposizione dei mobili, il ritorno tra le mie cose, nel mio rifugio, il posto in cui sono a mio completo agio.

La partenza da casa, quella in cui sono  cresciuta, quella che hanno costruito i miei, condividendo con me la fatica e la gioia di vederla pian piano crescere insieme a me, quella in cui mi addormento con i suoni della campagna e mi sveglio con la luce naturale. La tana in cui ho sempre trovato rifugio, ma in cui non sono più a mio completo agio.

I posti da cui provengo sono l’essenza di me ma non riesco più a fare che siano i miei posti. Rappresentano tutto ciò che è, così com’è, senza altra possibilità. Non contemplano il cambiamento ma solo una stanca rassegnazione che fomenta in me la rabbia e la tristezza ed il dolore ogni volta che mi scopro incapace di fare qualsiasi cosa.

I posti in cui vivo diventano parte di me e mi insufflano la speranza del futuro ed il friccicore della possibilità. L’indefinito che ancora può prendere una forma migliore, migliore per me, più simile a come vorrei che fosse per rendermi felice. Ed in questa possibilità, farmi già ora sentire felice.

Ma una nota di tristezza permane.
Se solo in quella terra si avvertisse un pochetto che tutto è possibile ed ovunque è possibile e per chiunque è possibile, forse la rassegnazione pian piano lascerebbe il campo al desiderio di reagire. 

Attraverso così l’Italia, con il segreto desiderio che prima o poi i tempi maturino e si accenda da sè una scintilla di cambiamento. O magari trovi io da qualche parte la capacità di accenderla.

Polvere

Queste pareti rosse che ho colorato io arrampicandomi su impalcature improvvisate sono piene di cose. Ancora troppe, pur se già più volte ho sgobbato duro per liberarle.
Non basta, sento il bisogno di alleggerire ancora. Riempirmi gli occhi e la pelle della polvere accumulata tra tutte queste cose e fare aria. Minimal. La polvere rende questi ricordi sbiaditi, opachi. Al tatto, ruvidi. Così perdono la poesia e l’incanto del tempo da cui provengono. Per questo, ora voglio ravvivarli e conservarli in mente, con il bagliore vivo del loro momento.
Domani, all’opera.

Qui la vista era incredibile

Solo una formalità, già, ma mi sembra molto più di così. Da stasera è ufficialmente finito il periodo di sospensione della mia borsa di studio per maternità. Da domani torno a lavorare.

Sospensione è stato il termine giusto con cui ho vissuto questi mesi. Fuori da tutto, immersa solo nel conoscere il mio bambino ed una nuova forma di me.

Sospensione è stato il termine giusto per descrivere le lunghe passeggiate che ho fatto con lui, guardandomi intorno e guardando lui davanti a me. Piangere, sorridere, dormire mentre lo spingevo alla scoperta di pezzi di città.

Sospensione è stato il termine giusto per descrivere il mio stato d’animo, in bilico tra quello che ero – che credevo di essere – e quello che sono – che sto cercando di diventare.
Sospensione è stato un pò come quando provi un vestito e devi tirar su la zip ma non sai se si chiuderà, se ti calzerà stretto o largo o perfetto. Mentre la tiri, trattieni il respiro e per un istante sei sospeso.
Domani ricomincio e sono pronta. Sto trattenendo il respiro per l’ultimo istante prima di indossare un abito nuovo. Quello di una giovane donna che sta imparando un lavoro e sta imparando a fare la mamma, tutte e due le cose insieme, al meglio possibile.
Domani ricomincio e con mille paure sono pronta a lanciarmi in quest’avventura nuova, sperando che i miei pensieri riescano a concentrarsi su altro oltre l’odore dei suoi capelli e la  consistenza della sua pelle e la profondità del suo sorriso e l’intensità del suo sguardo lacrimoso.
E per prepararmi degnamente al nuovo inizio, impossibile pensare di riuscire a dormire.
Il futuro, Baustelle.

L’aliena sono io. Diventare mamma, ovvero un’altra sè.

Ok, il momento è arrivato. L’alieno della pancia, il bambino nascosto, il mio cucciolo d’uomo è qui, difronte a me e non posso proprio prescindere oltre dal farmi condizionare il tempo da lui.

Ho passato il tempo dell’attesa e questi primi 50 giorni cercando di fare come se tutto fosse normale. Ho fatto come se da alieno quale l’ho sempre soprannominato realmente potesse essere un qualcosa di estraneo da me. In realtà, nelle mie buone intenzioni il significato che ho dato e voglio continuare a dare al termine è quello di riconoscere la sua identità a prescindere da me. Insomma, lui è un individuo indipendente. Riconoscerlo è bellissimo, già, ma la cosa che mi è sempre sfuggita è che sono io che non posso essere indipendente da lui. Stamattina però ho deciso che è arrivato proprio il momento di smetterla, e di cominciare a far ruotare le cose intorno a lui.

Insomma, sono in maternità: sono stata assunta a tempo pieno per un lavoro durissimo e gratis (ma gratificante, giuro, quando piange, sembra inconsolabile e poi si calma tra le tue braccia). E’ ora di abituarmici!

I primi tempi a casa dei miei hanno ritardato la scoperta, ma mi hanno aiutato ad entrare nel ruolo piano piano: ho potuto (quasi) sempre riuscire a farmi una doccia senza troppi problemi. Ho imparato lì a cambiare il pannolino, a lavarlo, a capire (mica sempre) cosa vuole riconoscendo il tipo di pianto, a tagliargli le unghie guardando la suocera etc etc.

Diventare mamma, però, credo proprio che stia succedendo in questi giorni. Domenica sera siamo tornati a casa, a Milano, io, Marito e Pupo. Così, nell’intimità di queste quattro mura, da lunedì soli soletti io e il Pupo ci stiamo esercitando. Lui fa’ il figlio ed io la mamma. Ne abbiamo da imparare, soprattutto io. Sono un pò scarsa e glielo dico che “la mamma è un disastro”: glielo dico quando dimentico dove ho messo il ciuccio o la bavetta, quando comincia a piangere morto di fame, dopo mille segnali che per tempo mi aveva mandato, quando cerco di trasportare mille cose, oltre a lui, da una stanza all’altra.

Ma, dicevo, il tempo è arrivato, e stamattina mi sono decisa finalmente ad accettare ‘sto ruolo e ‘sto lavoro ed a rassegnarmi al fatto che non devo fare altro che occuparmi di lui.

In fondo non è mica male: da quando ci siamo alzati, poppata e cambio a parte e breve parentesi culinaria (un orrido piatto di spaghetti al pomodoro mezzi scotti e un pò sconditi) sono riuscita a non far nulla, guardandolo dormicchiare nell’ovetto e scrivendo questo post. Insomma, cose piacevoli!

Chissà che con il tempo non diventi anche una gran parlatrice, a furia di sforzarmi di coinvolgerlo nei miei pensieri per intrattenerlo evitando di dirgli soltanto cucù e simili. Intanto, il proposito è di impegnarmi a vivere quest’avventura il più rilassata possibile, senza guardare alle mille cose che vorrei fare, alla polvere sui mobili, al cesto dei panni, agli eventi milanesi a cui vorrei partecipare, ma godendomi il suo visetto ogni giorno ed ogni giorno raccontarne un pezzettino qui sopra.

il mio cucciolo d’uomo

Sono passati più di quaranta giorni e di lui ancora non ho scritto. E’ paralizzante. Il dolore prima che arrivi. L’emozione quando è lì e devi crederci per forza. Il tempo, che da allora in poi rimane sospeso tra i suoi sospiri, che lo scandiscono e lo rendono flou, Tempo fuori dal tempo. 

Sono passati più di quaranta giorni ed io sento di aver solo cominciato a sentirmi mamma. 
No, quell’istinto di cui parlano non è stato poi così istintivo. Lo è in tantissime cose: riesco perfino a cambiargli il pannolino senza troppi errori ed ad essere lucida quando si affoga con il latte, ma ce ne sono altre in cui invece credo di avere molto da imparare. Lo guardo e cerco il suo sguardo e cerco di comunicare con quello, ma non è il linguaggio giusto. D’altra parte, quando era nella pancia a volte mi accorgevo di pensare di parlare con lui ma di farlo soltanto pensandolo. Insomma, ho tramutato il “leggi i miei pensieri” in “leggi il mio sguardo” ed ancora non ho imparato a parlargli come farei con un adulto, scandendo a chiare lettere le parole che ho da dirgli. 
Sono passati più di quaranta giorni ma non riesco a dimenticare le sensazioni – che non sono capace di spiegare – che ho provato quel giorno. Mentre la notte diventava giorno ed il cielo si schiariva ed il dolore diventava sempre più insopportabile. Mentre lui veniva fuori ed il mio sguardo si volgeva sull’orologio, le 6.30. Mentre gli tagliavano il cordone ed ho toccato il suo piedino. 
Sono passati più di quaranta giorni e non riesco a dimenticare l’emozione che ho provato quando il pediatra lo ha preso per mano e gli ha fatto muovere i suoi primi passi. All’improvviso, in quel momento, ho sentito quello che era stato. Il dono della vita ad una persona ed il lanciarla verso il suo futuro. 
Che tu possa avere passi lievi sempre, questa la mia gioia.

lo spazio che evolve

Stravolgere l’ambiente in cui dormo è una cosa che ho sempre amato fare. Avrò cominciato da piccola, spostando ogni tanto una piccola componente della camera, stravolgendo completamente la sistemazione in alcuni casi, ostinandomi addirittura a cambiare il colore dell’altissimo soffitto da sola, arrampicata su tavoli e sistemi vari per arrivare più in alto possibile, in genere soddisfatta del mio lavoro, anche se molto imperfetto.
Nel tempo, poi, ho accumulato oggetti, pezzi di carta, biglietti di mostre e concerti, locandine varie, costruendo in pratica una camera (impolverata) dei ricordi.
L’accumulo seriale è continuato pressoché costantemente fin quando, scegliendo di sposarmi, ho abbandonato la mia camera e, gioco forza, mi sono trovata costretta a riadattarla per poterci dormire in due. Ammetto però che da allora ho cominciato ad imparare a separarmi dalle cose. Forse perchè ce n’erano davvero troppe, di alcune non ricordavo più l’origine ed il ricordo a cui avrebbero dovuto essere associate. Così, lo stravolgimento ha cambiato forma, ed anziché diventare un modo per sistemare nuove aggiunte, è diventato una fase per fare spazio.
Mi sembra di non avere (quasi) più bisogno di nulla, soprattutto di non avere più bisogno di cose su cui si accumula la polvere.
Ora che sono tornata nella mia camera e ci rimarrò per un pò, poi, ho sentito l’esigenza di un ulteriore stravolgimento, che potesse fare nuovo spazio all’alieno che sta arrivando. Ho cominciato dai libri, compresi quelli di università, ho staccato dai muri alcune locandine di lavori fatti. Ho spostato in altre stanze cuscini ingombranti, ho conservato in scatole le mille candele che avevo, lasciandone fuori solo alcune per l’unico momento in cui ancora le uso, il bagno, ho spostato le librerie, ho ottimizzato un pò lo spazio, sacrificando il comodino, etc etc etc.
Stamattina, poi, ho deciso che era l’ora di liberarmi anche di una piccola (!) collezione di giornali. Da tempo, ormai, conservavo tutti i glamour che ogni mese compravo. Non li ho mai più aperti.
Ne ho contate 87 copie, ne ho tenuta soltanto una, avuta in omaggio in occasione della prima di Mamma Mia, biglietto vinto attraverso un concorso organizzato proprio dal giornale qualche anno fa. A Milano ne ho qualche altra copia, più recente. Tra i volumi, alcuni francesi, comprati nel periodo parigino. Le prime copie, con il prezzo in lire, risalgono al primo anno di università.
E’ strana la sensazione che fa: non mi dispiace, piuttosto,  mi sento più leggera: gli oggetti non mi interessano più. I momenti da ricordare rimangono importanti, ma non hanno bisogno di nulla di materiale che li sostenga.
Immagine

una (grande) valigia

Ho cominciato ad abituarmi a preparare valigie nel 2006, con l’Erasmus.

La prima era troppo grande e pesante, e scarrozzarmela per il metro parisien e le scale a chiocciola delle diverse case in cui sono passata mi ha insegnato ad abituarmi all’essenziale, così, a parte il ritorno definitivo da Parigi, coadiuvato dalle poste francesi e da una botta di generosità verso il padrone di casa al quale ho lasciato un pò di cose, da allora ho cercato di perfezionare la tecnica della valigia essenziale, oltre che della valigia negli ultimi cinque minuti prima di partire. 

Il trasferimento a Milano, poi, è stato caratterizzato da un periodo molto flou, tanto diluito nel tempo, senza una cesura netta, sicuramente non necessaria ma soprattutto nemmeno troppo desiderata, così ho ancora pezzi sparsi nella mia camera e nel mio armadio potentini. Insomma, non c’è stata la valigia del trasloco tout court.

La valigia che ho preparato oggi è diversa. Non ho dato gran maestria della tecnica della valigia essenziale di cui prima, sebbene mentre la riempivo ho rimodulato ed eliminato cose, ma la prospettiva (poco definita) di un paio di mesi lontana da casa mi ha molto condizionato.

Tuttavia, non è questo il punto.

Non è stata la quantità di cose che volevo con me a farmi pensare, ma piuttosto il pensiero di come sarà la valigia del ritorno. E’ come se avessi realizzato che quella che stava riempiendo la valigia non sarà la stessa che la riempirà al ritorno. Oggi sono Lu’ e basta, al ritorno sarò sempre io, ma non so esattamente fino a che punto e come sarò cambiata. Sarò una mamma e non sono certa di sapere che voglia dire, che cosa significhi, come possa essere, come cambierò, 

Quindi, la grande valigia che ho chiuso oggi è la valigia di una rilevante transizione.

Tingola per te

Sembra già molto reale, con la tua pancia che di tanto in tanto si muove di moto proprio ed oscilla da sinistra a destra e da destra a sinistra come un budino su un piatto nelle mani di un cameriere inesperto. Poi, mentre ti riposi tra un non-finito e l’altro di Rodin una bambina sussurra al suo papà, guardandoti di sottecchi, “papà c’è un bimbo nascosto nella pancia”. Così ti costringe a guardarti negli specchi della Sala delle Cariatidi e ti obbliga a confermare che sì, è proprio nascosto lì dentro. Intanto, continuano a passare i giorni ed all’improvviso, se provi a contarli, puoi dirti “due mesi e non sarà più nascosto”. Che effetto strano quest’attesa, questa cova che ti trasforma e ti obbliga a fermarti e mentre guardi come ti trasformi fuori cerchi di capire come ti trasforma dentro e non riesci a capirlo e cominci solo a desiderare di conoscerlo.

Fare i conti con uno stato interessante

Esci prima da lavoro, ti rilassi al calduccio di casa con un buon thè ed altrettanta musica, ti prepari per una delle ultime lezioni di jazzercise prima che la tua vita cambi totalmente, esci sotto la pioggia, aspetti l’autobus, arrivi in palestra e…scopri di aver dimenticato i pantaloni. Torneresti indietro, poi, se l’autobus decidesse di passare. Sempre sotto la pioggia.  #vogliadipiangere. Anche questa condizione mentale di confusione e testa sulle nuvole, dicono, appartiene allo stato interessante. Mi dico allora: ma se di tutti i calci che mi da’ durante il giorno ce ne fosse qualcuno in grado di farmi da promemoria/sveglia/post it e simili?