cin cin

Impossibile. Ci ho provato diverse volte in questi giorni, ma alla fine non ce l’ho fatta a scrivere un post di bilanci. Sarà che proprio non è nelle mie corde. Un ultimo post del 2014, però io voglio scriverlo lo stesso a tutti i costi, mentre Napolitano finisce il suo discorso e in cucina si ultimano le fritture.
Un post per il 2014, che è arrivato senza che ancora capissi quello che mi avrebbe portato, eppure ce lo avevo già nella pancia.
Il 2014, un anno a partire dal quale ho cominciato a contare. una milestone. L’anno in cui sono diventata mamma.
 
Quest’anno speciale si chiude, ed è stato un anno meraviglioso, ma meraviglioso non è l’unico aggettivo.
Un anno ricco di stupore, un anno ricco di nuove scoperte. Un anno di nuove ansie e di nuove paure. un anno di cambiamenti. Nuove abitudini, tanto più abitudinarie, senza le quali non riesco più a gestire la giornata. Un anno in cui tutti i programmi devono essere validati da lui, dal pupo-grande capo, che dispone del mio tempo e delle mie energie.
2014, un anno in cui ho consumato tanta tanta energia (e anche tante calorie, grazie allattamento che mi permetti di mangiare così tanto e pian piano rientrare nei vecchi vestiti).
 
Grazie, quindi, all’anno passato.
 
Per te che arrivi, 2015, ho tanti buoni propositi e tante speranze. Aspetto di stappare una bottiglia e brindare a te che arrivi e a me, che, un pò affaticata, un pò spaventata, un pò troppo ansiosa, comunque ci sono arrivata, e ci sono arrivata felice. Per te che arrivi, 2015, ecco, sappi che qualunque cosa succeda e qualunque cosa io faccia, ogni giorno vado a dormire ed ogni giorno mi sveglio felice, perchè so di non essere sola, anche quando mi sento tale, e sento che tutti intorno a me si impegnano davvero tanto per rendermi felice.
Insomma, mentre arrivi, 2015, io aspetto di stappare una bottiglia e brindare a te e a tutti quelli intorno a me. Che sia per tutti noi un anno felice, pieno di energia e di vita. 
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L’aliena sono io. Diventare mamma, ovvero un’altra sè.

Ok, il momento è arrivato. L’alieno della pancia, il bambino nascosto, il mio cucciolo d’uomo è qui, difronte a me e non posso proprio prescindere oltre dal farmi condizionare il tempo da lui.

Ho passato il tempo dell’attesa e questi primi 50 giorni cercando di fare come se tutto fosse normale. Ho fatto come se da alieno quale l’ho sempre soprannominato realmente potesse essere un qualcosa di estraneo da me. In realtà, nelle mie buone intenzioni il significato che ho dato e voglio continuare a dare al termine è quello di riconoscere la sua identità a prescindere da me. Insomma, lui è un individuo indipendente. Riconoscerlo è bellissimo, già, ma la cosa che mi è sempre sfuggita è che sono io che non posso essere indipendente da lui. Stamattina però ho deciso che è arrivato proprio il momento di smetterla, e di cominciare a far ruotare le cose intorno a lui.

Insomma, sono in maternità: sono stata assunta a tempo pieno per un lavoro durissimo e gratis (ma gratificante, giuro, quando piange, sembra inconsolabile e poi si calma tra le tue braccia). E’ ora di abituarmici!

I primi tempi a casa dei miei hanno ritardato la scoperta, ma mi hanno aiutato ad entrare nel ruolo piano piano: ho potuto (quasi) sempre riuscire a farmi una doccia senza troppi problemi. Ho imparato lì a cambiare il pannolino, a lavarlo, a capire (mica sempre) cosa vuole riconoscendo il tipo di pianto, a tagliargli le unghie guardando la suocera etc etc.

Diventare mamma, però, credo proprio che stia succedendo in questi giorni. Domenica sera siamo tornati a casa, a Milano, io, Marito e Pupo. Così, nell’intimità di queste quattro mura, da lunedì soli soletti io e il Pupo ci stiamo esercitando. Lui fa’ il figlio ed io la mamma. Ne abbiamo da imparare, soprattutto io. Sono un pò scarsa e glielo dico che “la mamma è un disastro”: glielo dico quando dimentico dove ho messo il ciuccio o la bavetta, quando comincia a piangere morto di fame, dopo mille segnali che per tempo mi aveva mandato, quando cerco di trasportare mille cose, oltre a lui, da una stanza all’altra.

Ma, dicevo, il tempo è arrivato, e stamattina mi sono decisa finalmente ad accettare ‘sto ruolo e ‘sto lavoro ed a rassegnarmi al fatto che non devo fare altro che occuparmi di lui.

In fondo non è mica male: da quando ci siamo alzati, poppata e cambio a parte e breve parentesi culinaria (un orrido piatto di spaghetti al pomodoro mezzi scotti e un pò sconditi) sono riuscita a non far nulla, guardandolo dormicchiare nell’ovetto e scrivendo questo post. Insomma, cose piacevoli!

Chissà che con il tempo non diventi anche una gran parlatrice, a furia di sforzarmi di coinvolgerlo nei miei pensieri per intrattenerlo evitando di dirgli soltanto cucù e simili. Intanto, il proposito è di impegnarmi a vivere quest’avventura il più rilassata possibile, senza guardare alle mille cose che vorrei fare, alla polvere sui mobili, al cesto dei panni, agli eventi milanesi a cui vorrei partecipare, ma godendomi il suo visetto ogni giorno ed ogni giorno raccontarne un pezzettino qui sopra.

una (grande) valigia

Ho cominciato ad abituarmi a preparare valigie nel 2006, con l’Erasmus.

La prima era troppo grande e pesante, e scarrozzarmela per il metro parisien e le scale a chiocciola delle diverse case in cui sono passata mi ha insegnato ad abituarmi all’essenziale, così, a parte il ritorno definitivo da Parigi, coadiuvato dalle poste francesi e da una botta di generosità verso il padrone di casa al quale ho lasciato un pò di cose, da allora ho cercato di perfezionare la tecnica della valigia essenziale, oltre che della valigia negli ultimi cinque minuti prima di partire. 

Il trasferimento a Milano, poi, è stato caratterizzato da un periodo molto flou, tanto diluito nel tempo, senza una cesura netta, sicuramente non necessaria ma soprattutto nemmeno troppo desiderata, così ho ancora pezzi sparsi nella mia camera e nel mio armadio potentini. Insomma, non c’è stata la valigia del trasloco tout court.

La valigia che ho preparato oggi è diversa. Non ho dato gran maestria della tecnica della valigia essenziale di cui prima, sebbene mentre la riempivo ho rimodulato ed eliminato cose, ma la prospettiva (poco definita) di un paio di mesi lontana da casa mi ha molto condizionato.

Tuttavia, non è questo il punto.

Non è stata la quantità di cose che volevo con me a farmi pensare, ma piuttosto il pensiero di come sarà la valigia del ritorno. E’ come se avessi realizzato che quella che stava riempiendo la valigia non sarà la stessa che la riempirà al ritorno. Oggi sono Lu’ e basta, al ritorno sarò sempre io, ma non so esattamente fino a che punto e come sarò cambiata. Sarò una mamma e non sono certa di sapere che voglia dire, che cosa significhi, come possa essere, come cambierò, 

Quindi, la grande valigia che ho chiuso oggi è la valigia di una rilevante transizione.

Impressioni (prime)

Dovrei prendere confidenza con te. Scoprire la magia del nutrirti inconsapevolmente. È una sensazione strana, una euforia incosciente che a tratti sfocia nel terrore ragionevole e irrazionale per come tutto può cambiare da ora in poi.
È lo stupore difronte al miracolo magico che si compie, sotto i miei occhi, dentro di me, attraverso di me e necessariamente passa attraverso quello che mi lega a lui.
È uno stupore talmente grande che commuove. È uno stupore talmente grande che mi lascia inebetita e interdetta e mi sconvolge per la sua assoluta straordinaria normalità. Tu vivi, in qualche forma,  e sei legato a me ma sei anche indipendente da me. Sei con me. Sei perfino stato con me nella difesa del mio dottorato e nemmeno lo sapevo. Mi fai sentire importante e in qualche modo mi rendi felice.